- “qui, qui va bene, sediamoci qui”
Non è cambiato nulla, tutto come allora, allora come adesso. Terzo tavolo da sinistra, sotto una palma anoressica sconfitta da un sole implacabile che mi trafora cinicamente un occhio. Resisto stoico all’affondo, la pupilla mi diventa un puntino nero in mezzo all’incorruttibile fondo celeste dell’iride, un naufrago sperduto nell’interminabile vastità dell’oceano, una rondine lontana nel cielo sorridente di una primavera anticipata; che occhi! che sguardo! profondo, sincero, commovente, irresistibile.
- “dove vai?”
Non mi lasciare solo Ancelo. Non adesso, non in questo posto.
- “fai presto!”
Introduzione ed espulsione di sostanze organiche; ecco la sintesi fedele della sua vita. Ma si farà delle domande, si porrà dei dubbi? E dove le trova le risposte? In bagno?
- “salve! No, non ho ancora deciso…c’è un menù?…per farmi un’idea.”
Coi prezzi magari, che se no vi denuncio. Finanze disponibili: treuro e una combriccola di centesimi. Perfetti per un bicchiere di vino, bianco, freddo, secco, sofisticato e discreto, il resto mancia.
- “grazie!”
Però! carina la cameriera, una così dovrei ricordarmela. Magari c’era un’altra al posto suo, del resto è passato quasi un anno; chissà quante ne avranno cambiate! o magari era al letto con l’influenza o accudiva il figlio dei vicini che quella sera è stato un diavolaccio. Poverina! Saranno ancora validi i miei auguri di una pronta guarigione?
- “un bicchiere di vino sofisticato e discr…”
No!
- “cioè…scusi…volevo dire un secco fredd…”
O mio dio!
- “no! un bicchiere bianco…”
…e una pala robusta che mi sotterro qui, subito, sotto il tavolo.
- “un’aranciata…”
Il soggetto dimostra gravi difficoltà nell’esprimere correttamente i concetti più facili e si sospetta che tale incapacità si estenda anche all’area della comprensione. Anamnesi patologica remota: negativa. Cause accidentali non riscontrate. Diagnosi: afasia in rapida evoluzione. Causa: si sospetta una timidezza in stadio avanzato. Terapia: ricovero immediato!
- “…”
Dì qualcos’altro, qualsiasi cosa, non può finire così, mi guarda con disprezzo, falle un apprezzamento, chiedile l’ora, mi fissa ostile, si crede superiore, dille che la trovi carina, che ha dei capelli bellissimi, funziona sempre.
- “liscia!”
Ma non è mica whisky!?! Chiedila anche “doppia” magari, che così forse ti scambia per un uomo d’affari, se sono fortunato ci scappa pure l’appuntamento. Ovviamente offre tutto lei.
- “ma quanto ci mette Ancelo?”
Il caldo è insopportabile, non come quel giorno comunque, anche il posto non è proprio come prima, l’insegna non è più la stessa, è caduta la “e”. Un anno, è passato già un anno intero. Ed io sono di nuovo qua; stesso bar, stesso tavolo, stessa palma pigra. Tanto per pugnalarsi con la nostalgia. Era un giorno come gli altri, un po’ più caldo forse ma pur sempre come tutti gli altri passati insieme. Il mare, la spiaggia, le corse sulla sabbia, le risate, i dispetti, i sospiri, e Baglioni che ci dirigeva come in uno spot per i cornetti algida. Tutto perfetto, tutto unico. Io e lei. Lei e io. Non più. Quella “e” non c’è più; svanita, caduta, frantumata, svitata, fulminata come nell’insegna al neon, conservata, imballata, gettata, nascosta, dimenticata in un angolo buio dello scantinato in fondo al corridoio, di fronte al bagno dove Ancelo sta cercando le sue risposte.
- “grazie…ma avevo detto senza ghiaccio…liscia!”
Un piede del tavolo è più corto e la tazzina vibra al ritmo della sua gamba che tradisce un nervosismo che non mi spiego. Le braccia le avvolgono il petto e con i denti non la smette di mordersi le nocche delle dita. Un sole africano picchia sulle nostre teste esaltando l’azzurro dei miei occhi ma lei evita il mio sguardo. Fissa un punto lontano, poi ne fissa uno più vicino, fissa tutto e tutti, tranne me. Sono preoccupato.
- “qualcosa che non va? Sei stanca?”
La fronte si è increspata come il mare che ho alle spalle, per un attimo il suo corpo si è fermato, come in attesa di esplodere, poi ha ripreso a tremare sulle punte e a seviziare con gli incisivi la pelle delle falangi. Non resisto più; estraggo l’ultima sigaretta rimasta nel pacchetto, lo piego più e più volte, lo infilo sotto il tallone e premo. Mi chino sotto al tavolo e lo incastro sotto il piede zoppo. Finalmente fermo. Da qui la prospettiva si addolcisce. La gonna di leggero cotone bianco si agita tarantolata mostrando a intermittenza generose porzioni delle sue cosce. Dai polpacci tremanti franano stanchi granelli di sabbia ormai asciutta. Penso ad altro, immagini di grondante sensualità si accavallano affannose davanti ai miei occhi. E in un attimo rovescio il tavolo per terra, la afferro per un braccio la sollevo, le strappo i vestiti di dosso e la posseggo, lì, davanti a tutti. Ma poi mi accorgo che le sue gambe hanno smesso di vibrare e adesso poggiano ben salde sull’intera pianta dei piedi. Mi risollevo lentamente evitando di battere la testa. Piange. Un pianto strozzato, lento, garbato. Le lacrime le rigano le guance che mille volte ho baciato con estrema delicatezza, come le luci del mattino che scoprono il mondo, poco alla volta. Il suo volto ovale, tristemente illuminato, mi racconta di dubbi e incertezze che non ho mai incontrato, di difficoltà e paure che ho sempre evitato. La guardo con stupore. Perché piangi? Con ammirazione. Perché sei così bella? Con nostalgia. Perché ho già capito!
- “cos’è che non va? Se ho fatto qualcosa…io…”
E’ qui davanti a me, in un vestitino di leggero cotone bianco che a me piace tanto, sotto, il costume ancora umido, sulla pelle il sale brucia un po’, i capelli le cadono come depressi sulla fronte, e piange lei, piange disperata, piange per me, solo per me. Perché sa che quel che mi dirà sarà un urto, un respiro assassinato tra gola e sterno, un singhiozzo supposto e mai venuto al mondo, una lacrima urlata senza troppa convinzione. Mi ucciderà, proprio qui, sotto questa piccola palma che proprio non ce la fa a farmi ombra, e mi ucciderà piangendo, piangendo tutto il suo dolore, piangendo tutto il suo amore, piangendo la scomparsa di quella semplice “e” che adesso non c’è più.
- “no, ti prego, non andartene! Resta con me…almeno per oggi, non lasciarmi solo…ho bisogno di…”
Corre via il piccolo grande amore di Baglioni, lontano da me, e indietro non si volta, non una sola volta. Folli ombre, calpestate dai suoi rapidi passi mentre danzano l’ultimo giro, la rincorrono al posto mio. Immobile, seduto di fronte ad una tazzina che non trema più, senza domande né risposte, con l’ultima sigaretta ad ardere in bilico tra due dita che la reggono senza crederci, senza parole da pronunciare né la voglia di ascoltarne delle altre, la seguo sfuggire lungo il bagnasciuga, lasciando piccole impronte che il mare non è riuscito a portare via. Domani è un anno che mi ha lasciato, e dentro di me, quelle piccole impronte, continuano ancora ad affondare.
Non è cambiato nulla, tutto come allora, allora come adesso. Terzo tavolo da sinistra, sotto una palma anoressica sconfitta da un sole implacabile che mi trafora cinicamente un occhio. Resisto stoico all’affondo, la pupilla mi diventa un puntino nero in mezzo all’incorruttibile fondo celeste dell’iride, un naufrago sperduto nell’interminabile vastità dell’oceano, una rondine lontana nel cielo sorridente di una primavera anticipata; che occhi! che sguardo! profondo, sincero, commovente, irresistibile.
- “dove vai?”
Non mi lasciare solo Ancelo. Non adesso, non in questo posto.
- “fai presto!”
Introduzione ed espulsione di sostanze organiche; ecco la sintesi fedele della sua vita. Ma si farà delle domande, si porrà dei dubbi? E dove le trova le risposte? In bagno?
- “salve! No, non ho ancora deciso…c’è un menù?…per farmi un’idea.”
Coi prezzi magari, che se no vi denuncio. Finanze disponibili: treuro e una combriccola di centesimi. Perfetti per un bicchiere di vino, bianco, freddo, secco, sofisticato e discreto, il resto mancia.
- “grazie!”
Però! carina la cameriera, una così dovrei ricordarmela. Magari c’era un’altra al posto suo, del resto è passato quasi un anno; chissà quante ne avranno cambiate! o magari era al letto con l’influenza o accudiva il figlio dei vicini che quella sera è stato un diavolaccio. Poverina! Saranno ancora validi i miei auguri di una pronta guarigione?
- “un bicchiere di vino sofisticato e discr…”
No!
- “cioè…scusi…volevo dire un secco fredd…”
O mio dio!
- “no! un bicchiere bianco…”
…e una pala robusta che mi sotterro qui, subito, sotto il tavolo.
- “un’aranciata…”
Il soggetto dimostra gravi difficoltà nell’esprimere correttamente i concetti più facili e si sospetta che tale incapacità si estenda anche all’area della comprensione. Anamnesi patologica remota: negativa. Cause accidentali non riscontrate. Diagnosi: afasia in rapida evoluzione. Causa: si sospetta una timidezza in stadio avanzato. Terapia: ricovero immediato!
- “…”
Dì qualcos’altro, qualsiasi cosa, non può finire così, mi guarda con disprezzo, falle un apprezzamento, chiedile l’ora, mi fissa ostile, si crede superiore, dille che la trovi carina, che ha dei capelli bellissimi, funziona sempre.
- “liscia!”
Ma non è mica whisky!?! Chiedila anche “doppia” magari, che così forse ti scambia per un uomo d’affari, se sono fortunato ci scappa pure l’appuntamento. Ovviamente offre tutto lei.
- “ma quanto ci mette Ancelo?”
Il caldo è insopportabile, non come quel giorno comunque, anche il posto non è proprio come prima, l’insegna non è più la stessa, è caduta la “e”. Un anno, è passato già un anno intero. Ed io sono di nuovo qua; stesso bar, stesso tavolo, stessa palma pigra. Tanto per pugnalarsi con la nostalgia. Era un giorno come gli altri, un po’ più caldo forse ma pur sempre come tutti gli altri passati insieme. Il mare, la spiaggia, le corse sulla sabbia, le risate, i dispetti, i sospiri, e Baglioni che ci dirigeva come in uno spot per i cornetti algida. Tutto perfetto, tutto unico. Io e lei. Lei e io. Non più. Quella “e” non c’è più; svanita, caduta, frantumata, svitata, fulminata come nell’insegna al neon, conservata, imballata, gettata, nascosta, dimenticata in un angolo buio dello scantinato in fondo al corridoio, di fronte al bagno dove Ancelo sta cercando le sue risposte.
- “grazie…ma avevo detto senza ghiaccio…liscia!”
Un piede del tavolo è più corto e la tazzina vibra al ritmo della sua gamba che tradisce un nervosismo che non mi spiego. Le braccia le avvolgono il petto e con i denti non la smette di mordersi le nocche delle dita. Un sole africano picchia sulle nostre teste esaltando l’azzurro dei miei occhi ma lei evita il mio sguardo. Fissa un punto lontano, poi ne fissa uno più vicino, fissa tutto e tutti, tranne me. Sono preoccupato.
- “qualcosa che non va? Sei stanca?”
La fronte si è increspata come il mare che ho alle spalle, per un attimo il suo corpo si è fermato, come in attesa di esplodere, poi ha ripreso a tremare sulle punte e a seviziare con gli incisivi la pelle delle falangi. Non resisto più; estraggo l’ultima sigaretta rimasta nel pacchetto, lo piego più e più volte, lo infilo sotto il tallone e premo. Mi chino sotto al tavolo e lo incastro sotto il piede zoppo. Finalmente fermo. Da qui la prospettiva si addolcisce. La gonna di leggero cotone bianco si agita tarantolata mostrando a intermittenza generose porzioni delle sue cosce. Dai polpacci tremanti franano stanchi granelli di sabbia ormai asciutta. Penso ad altro, immagini di grondante sensualità si accavallano affannose davanti ai miei occhi. E in un attimo rovescio il tavolo per terra, la afferro per un braccio la sollevo, le strappo i vestiti di dosso e la posseggo, lì, davanti a tutti. Ma poi mi accorgo che le sue gambe hanno smesso di vibrare e adesso poggiano ben salde sull’intera pianta dei piedi. Mi risollevo lentamente evitando di battere la testa. Piange. Un pianto strozzato, lento, garbato. Le lacrime le rigano le guance che mille volte ho baciato con estrema delicatezza, come le luci del mattino che scoprono il mondo, poco alla volta. Il suo volto ovale, tristemente illuminato, mi racconta di dubbi e incertezze che non ho mai incontrato, di difficoltà e paure che ho sempre evitato. La guardo con stupore. Perché piangi? Con ammirazione. Perché sei così bella? Con nostalgia. Perché ho già capito!
- “cos’è che non va? Se ho fatto qualcosa…io…”
E’ qui davanti a me, in un vestitino di leggero cotone bianco che a me piace tanto, sotto, il costume ancora umido, sulla pelle il sale brucia un po’, i capelli le cadono come depressi sulla fronte, e piange lei, piange disperata, piange per me, solo per me. Perché sa che quel che mi dirà sarà un urto, un respiro assassinato tra gola e sterno, un singhiozzo supposto e mai venuto al mondo, una lacrima urlata senza troppa convinzione. Mi ucciderà, proprio qui, sotto questa piccola palma che proprio non ce la fa a farmi ombra, e mi ucciderà piangendo, piangendo tutto il suo dolore, piangendo tutto il suo amore, piangendo la scomparsa di quella semplice “e” che adesso non c’è più.
- “no, ti prego, non andartene! Resta con me…almeno per oggi, non lasciarmi solo…ho bisogno di…”
Corre via il piccolo grande amore di Baglioni, lontano da me, e indietro non si volta, non una sola volta. Folli ombre, calpestate dai suoi rapidi passi mentre danzano l’ultimo giro, la rincorrono al posto mio. Immobile, seduto di fronte ad una tazzina che non trema più, senza domande né risposte, con l’ultima sigaretta ad ardere in bilico tra due dita che la reggono senza crederci, senza parole da pronunciare né la voglia di ascoltarne delle altre, la seguo sfuggire lungo il bagnasciuga, lasciando piccole impronte che il mare non è riuscito a portare via. Domani è un anno che mi ha lasciato, e dentro di me, quelle piccole impronte, continuano ancora ad affondare.
