mercoledì 6 maggio 2009

Delirio Notturno

E' notte fonda. La luna è una fessura. Come gli occhi di chi si è alzato col pensiero del gas aperto. La macchina assai scassata borbotta. La marmitta mormora il suo disappunto e il sedile fischietta allegro sotto il suo sedere. Dalla cappottina che non ha mai riparato arriva un vento gelido che taglia in due la testa. Ci vorrebbe un cappello, un bel cappello. Non riusciva ad evitare i tombini. Ad ogni buca un volo e poi un botto. A seguire un urlo e una bestemmia. Ad ogni buca di nuove e di originali. La radio raglia masticando la sua cassetta preferita. Poteva sentire il nastro girare a fatica, sembrava soffrire. Era preoccupato, è l’unica copia che ha.
Si guardava in giro ma non vedeva nessuno. Si sentiva un superstite. L’unico di una fulminante guerra atomica. Un dito su un pulsante e boom! tutti giù per terra. Tranne lui, il solo in piedi, a sfidare impavido il suo destino: ripopolare la terra! Ma con chi? O mio dio le donne! Non c’erano più le donne! Il sogno non lo divertiva più. Lo abbandonò all’angolo della strada, di fronte al civico 22.
Non aveva nessuna idea precisa di dove andare o di cosa fare, ma gli andava di guidare. Tornare a casa non era in questione, non aveva per niente sonno. Avrebbe mangiato volentieri qualcosa ma gli mancavano pure i soldi. Fermò l’auto di botto e iniziò a frugare, dappertutto. Si accorse di essere in piena corsia di sorpasso ma continuò a scavare nel buio. Controllava ogni insenatura, infilava le dita ovunque; fessure fessurine fessurette. Lo trovò quasi eccitante ma niente, neanche cento lire, solo una forcina. Ma di chi? Risalì in macchina, grattò la prima e partì in seconda. Alla quarta si accese una sigaretta. La prima boccata gli strizzò le budella. Avrebbe dovuto smettere, se lo proponeva ogni volta, “questa è l’ultima”, ma che ci poteva fare; gli piaceva quella signorinella in bianco che si strusciava languida sulle sue falangi.
Aveva tempo per pensare, per osservare. Era tutto così preciso e nitido. Sembrava disegnato a china. La pioggia del pomeriggio aveva reso i contorni più chiari come li avesse lavati.
Conosceva a memoria quei posti. Se fosse stato un poeta avrebbe detto che, nonostante gli fossero tanto familiari, ogni volta scopriva qualcosa di nuovo, un particolare in più che prima gli era sfuggito. Ma non era così, non c’era niente che non avesse già visto. Non un cortile, un giardino, un portone, una vetrina, un’insegna, un albero, una finestra, una grondaia o una scala che non ricordasse. E gli piaceva. Si sentiva come a casa. Sapeva tutto. Anticipava le curve preciso, meccanico, perfetto, come quando scivolava tra le coperte.
A volte, in quelle circostanze, gli capita che un pugno di gioia lo colpisse dritto dritto alla bocca dello stomaco. Toglieva il fiato. Boccheggiava, annaspava, emetteva stridule frequenze e un sorrisetto stupido gli si sedeva sulla faccia. Vagheggiava e per brevi istanti gli sembrava di intuire la beatitudine dell'esistenza. Non sapeva cos’era ma era bello. Pareva un salto, un balzo iperbolico nel vuoto bulimico delle sue budella. E si sentiva strano. Come se un circo di pulci stesse provando lo spettacolo di punta nel suo cervello. Era una gran confusione, una rumba di emozioni, una shakerata di pensieri. Le sensazioni si dimenavano sulla pelle come le chiappe di una ballerina brasiliana al carnevale di Rio. Ma lo show era breve come un carosello e la lampada risucchiava presto il suo genio come fosse caffè.
A volte, in quelle circostanze, si era fatto uno spinello prima di uscire. Quella sera no, era sano e puro come mamma l’aveva fatto. Ma quanto tempo era passato da quando mamma l’aveva fatto? Era ciccia e capelli allora. Scomparsi entrambi adesso. Chi l’ha visti?
“Questa sera la puntata è dedicata a un caso strano, particolare; se vogliamo, anche anomalo. Non era mai successo prima in questa trasmissione, ma ci è sembrato giusto accogliere la strana richiesta di un nostro giovane telespettatore che ci ha mandato questa commovente e, a tratti, struggente lettera in cui ci confessa il suo caso. Un caso umano! Ebbene, questa sera tenteremo di recuperare delle informazioni che speriamo preziose per rintracciare la ciccia e i capelli di Gianandrea Occhivivi. Si, avete capito bene: la ciccia e i capelli. Gli unici indizi, in nostro possesso, sono che la ciccia è quella di un infante di pelle bianca, di circa tre chili e mezzo e con un neo sulla natica destra. Per quanto riguarda i capelli sappiamo ancor meno. Possiamo, infatti, solamente dirvi che sono castani, leggermente ondulati e con la riga a sinistra. Anche la data e il luogo dove sono stati visti per l’ultima volta sono avvolti nel mistero. Una cosa è certa però; da allora, il nostro giovane amico non si sente più lo stesso, un soffocante senso d’incompletezza segna col timbro dell’insoddisfazione ogni sua singola giornata. È giunto il momento, quindi, di rivolgere a voi, cari tele-amici e care tele-amiche, il nostro più accorato appello: se chiunque di voi avesse anche la più piccola o insignificante notizia che ci possa aiutare, a fare un passo in più, per risolvere questo insolito, ma nello stesso tempo, non meno triste caso degli altri, che abbiamo affrontato in passato, vi preghiamo di telefonarci al numero in sovrimpressione. Vi prego: dateci una mano! Aiutate Gianandrea! Perché ricordate: oggi è toccata a lui, ma domani potrebbe capitare a voi. Arrivederci! Alla prossima puntata!”
Si accostò al marciapiede. Aprì lo sportello e sollevò il sedile. Fece scendere presentatore e cameraman al civico 36, porse loro la mano, un saluto, e sgommò via.
Era di nuovo solo. Sopracciglia e tempie congelate. Non ne poteva più, si fermò. La fermata del 24 era vicina.
Salì.
Scivolò sul sedile arancione e duro, accanto al conducente, e vi si accartocciò sopra. L’arancione era il colore degli autobus. Non aveva dubbi. Gli apparteneva. C’era anche nel tramonto si, ma poi cambiava. Lì, invece, era sempre lo stesso. Era il suo posto naturale. Davanti a lui due marocchini lo fissavano. Probabilmente erano bangladesi, avevano “un non so che” di effemminato. Comunque erano scuri e per lui rimanevano marocchini. Ma come facevano lontani da casa e soli. Non piangevano tutte le sere? Lui lo avrebbe fatto.
“Uno due tre isati!” Un vecchio si incitava a salire gli enormi gradini. Al posto degli occhi aveva due buchi di dita sulla sabbia bagnata. Aridi solchi gli incidevano il viso come un campo arato. Lui da quant’è che non piangeva? Da quando era morta la sua mucca adorata: Cremolina. Oh! Cremolina! Dov’è finito il tempo in cui strofinavi sull’ispido muso del tuo premuroso padrone la tua coda graziosa mentre vi incastravate in proibite effusioni? La vide sfocare davanti al civico 84, piangente e depressa, mentre svoltavano per il viale principale.
Di fronte alle portiere di discesa c’erano due ragazzi. Si accarezzavano, nel loro sogno d’amore così poco privato, agganciati ad una sbarra che non smetteva d’impicciarsi dei fatti loro. Decise di farlo anche lui, complice scaltro ma discreto. Impuntò i piedi, si risollevò sulla schiena, fece scronc ma continuò. Fermo e immobile roteava solo le pupille. Guardava tutti ma non guardava nessuno. Bravissimo, un agente superspecializzato e supercazzuto. Nessuno si accorse di niente, i due continuavano a baciarsi. Lei era proprio un amore. Stava sospesa sulle punte di due piedini che c’era da chiedersi come facevano a sorreggerla. Le braccia le pendevano impiccate all’estremità delle spalle e la schiena le si curvava all’indietro offrendo il sesso e i seni pieni in un arcobaleno di peccaminose tentazioni. Lui la cingeva all’altezza dei lombi trafiggendola con la grettezza della sua carne. Le sue mani sbavanti la percorrevano come un cane in cerca dell’osso e la meschina pesantezza del suo corpo incombeva sulla seducente leggerezza di lei. Lo odiava! Doveva intervenire, porre fine a quella turpitudine. Aveva già visto abbastanza. Si alzò e barcollante si diresse verso di loro. Ma non era facile proseguire tra i sobbalzi dell’autobus e per poco non cascò. Arpionò l’obliteratrice e ci si legò saldamente. Si girò fulmineo per controllare se qualcuno avesse visto la scena.
Tutti! E continuavano a fissarlo. I due marocchini si scambiavano battutine in una lingua assurda tenendosi per mano (non si sbagliava allora!). Il vecchietto lo apostrofò con un ritornello stonato e petulante: “uno due tre isati!”. La spregiudicata coppia di amanti si gustava divertita la brillante parodia del loro abbraccio di cui Gianandrea e l’obliteratrice erano protagonisti.
Scese.
 
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