“Ma poi mi sento l’anima aderireAd ogni pietra della città sorda
Com’albero con tutte le radici,
sorrido a me indicibilmente e come
per uno sforzo d’ali i gomiti alzo.”
C. Sbarbaro
Ultime eleganti parole sgocciolate da una gioia ulcerina spremuta in pieno petto. Sfuggiva così Camillo, com’era apparso, scivolando tra le ore semifredde di una serata che voltava le spalle al luglio per sorridere teneramente alle notti bagnate di un febbraio arzillo e seducente. Le liquide iridi di Gianandrea riflettevano dell’umore umido di quell’autunno che, senza far rumore, gli era entrato nel cuore. Come una testuggine si era chiuso in sé sollevando le spalle sino ai lobi delle orecchie e infilando le mani in tasca, giù, sino ai polsi. Avrebbe voluto infilarsi per intero in quelle tasche, e rimanere lì, nascosto; come i soldi uscire solo se necessario, per soddisfare qualche vizio, per le sigarette magari. Viveva uno di quei momenti d’invincibile tristezza che percuotono la pelle facendo del proprio corpo un’infallibile strumento per malinconiche fotosintesi. Una sigaretta gli si accese tra le dita e una lingua di fumo gli s’insinuò maliziosamente nel palato penetrandolo sino alle viscere. Un colpo di tosse cavernoso recitò il copione striminzito di un coito strozzato e le mucose gli s’ingrossarono come una fulminea erezione. Domani avrebbe smesso. Intorno intanto più nessuno. Una teoria di lampioni accesi illuminava la scena; un palco lungo e stretto puntava dritto contro la montagna, le persiane semichiuse nascondevano, come quinte, compromettenti backstage, e Giana, solo, procedeva molleggiando sui talloni che neanche Michael Jackson. La tragedia iniziava proprio in quel momento, nella piena consapevolezza che era rimasto solo, solo e già nessuno. Le parti, già assegnate, vedevano Gianandrea unico protagonista di un avvincente melodrammone d’altri tempi, nel pieno rispetto delle tradizioni: serrato climax d’intense passioni, parossistiche circonvoluzioni del pensiero, enigmatiche aporie shakespeariane, inconciliabili conflitti e osmotici ripiegamenti. Un autentico capolavoro confezionato in tre atti. Il tutto dentro la sua testa, precipitata nella peggiore e più assurda crisi dei suoi ultimi anni. Non ricordava neanche più quando la sua vita era scomparsa. Se col ruttino della sera tra le candide braccia della madre o col vento primaverile che sbuffava tra i suoi riccioli biondi durante l’ora della merenda; se col brufolo sconfitto sulle bianche guance ancora vergini di pianto o con le lacrime amare del primo bacio negato? O quel pomeriggio stesso magari, uncinato al ricordo di lei nel mare tormentato dei mille ricordi, rimpianti e rimorsi? E dove si era cacciata poi? In quale fessura del tempo, ormai incrinato, trascorso ad osservare il mondo e a ridere dell’inutile esistenza degli altri; le ridicole comparse che affollavano selvaggiamente il suo spazio, il suo cielo, la sua città, le sue strade.
I cornicioni, appesi ai tetti parabolati degli edifici del centro, lo guardavano intristiti e grigi dall’alto della loro privilegiata posizione, dove i pensieri arrivavano più chiari, diluiti, decifrabili. A guardarlo da lì avrebbe stretto il cuore a chiunque; barcollava in una realtà enorme, tra detersivi e stracci, in cerca di una briciola nello stipo sotto al lavandino, come una formica. Poi a un tratto si fermò. Davanti a sé un vicolo, minuscolo che ci sarebbe a stento entrato un frigorifero, di quelli alti fino alla vita che ogni sorso d’acqua è un’ernia; rimase immobile qualche istante a fissare non so cosa e alla fine ci entrò. I balconi amputati, ridotti a ringhiere schiacciate da imponenti stipiti color turchese, si affacciavano l’uno di fronte all’altro, così vicini che per stringersi la mano bastava sporgersi soltanto un po’. L’intonaco alle pareti si divertiva producendosi nell’imitazione di qualche arido deserto dell’Arizona, crepandosi e scollandosi di qua e di là. Il cielo mostrava di sé una riga incerta e sottile tra le grondaie storte e ammaccate; quasi una cerniera che si apriva all’azzurro dal quale a stento si poteva controllare se per uscire occorreva l’ombrello oppure no. Charlie Parker, in persona, dirigeva il variopinto concerto dei panni stessi, tra fantasiose improvvisazioni di pedalini gialli e slip rosa e acrobatici assoli di tovaglie merlettate e lenzuola inamidate. I suoni e gli odori, amplificati da quell’ostinata vicinanza, si miscelavano in un brodo di sensazioni che sapeva di peccaminoso sino al disgusto. L’immondizia lanciata direttamente dalle finestre, con svogliata indifferenza, si prostrava ai piedi dell’unico cassonetto in segno di devozione, mentre un cane bianco, incrocio bizzarro tra l’ispettore Rex, Lassie e il tenente Colombo ( per via dell’occhio spento ), ronfava la sua vecchiezza grigia banchettando di una ciabatta nera. Ogni logica urbanistica, ogni utopia architettonica, ogni regola del semplice buon senso mortificata e annullata da qualche pazzo visionario munito di carta e penna o da un pallido geometra sopraffatto dai suoi numeri tutelari. Ma nonostante tutto Gianandrea vi entrò. Vi entrò perché doveva farlo. Vi entrò per un non so quale segno del destino dattilografato in quella socchiusa palpebra di firmamento. Vi entrò perché al di là di quella piccola fessura, che si apprestava a penetrare, poggiava salda al suolo l’unica via di scampo dal baratro nel quale stava precipitando dentro se stesso: una cabina telefonica, il totem salvifico che avrebbe ascoltato le sue preghiere. Il cellulare, infatti, sonnecchiava pigro e scorbutico, sorseggiando avido dalla sua lunga coda sdraiato comodamente su “Memorie dal sottosuolo”, e il solo modo per cercare conforto nelle rassicuranti parole di Angelo si riduceva in quell’idolo a gettoni dal grande sombrero arancione.
E accadde il primo passo; gettato, rimosso, scrollato di dosso come fosse un peso, e poi il secondo il terzo e così via, senza timore, solo in silenzio. Si muoveva sicuro su quella lama sottile di asfalto mentre le mura intorno lo avvolgevano come un malinconico fascia collo di seta leggera. Procedette silenzioso e attento, guadando quel denso stufato d’umanità, e saziandosi con avidi sguardi di tutto ciò che la sua curiosità riusciva a fagocitare. E non era più solo. Non più solo. Raggiunto, infatti, il minaccioso dolmen di rifiuti sotto il quale indugiava, nella sua ottusa devozione, il pio Caronte, il cane cieco da un occhio, questi fiutò il suo odore e, riconosciutolo forse come l’atteso messia, sollevò il grave peso del suo corpo e gli si accostò scortandolo nel suo rinnovante cammino. Giana, l’eletto, lo accolse con simpatia e rispetto e insieme procedettero senza fretta, ognuno immerso nei suoi pensieri, donne e cagnette al seguito scodinzolanti e servizievoli, seguendo la stessa regolare andatura.
E così avanzando si ritrovarono, d’un tratto, nei vuoti paesaggi accecanti di quell’Arizona afflitta e piegata da una calda pepita follemente tinteggiata di rosso, incastonata nel duro petto di un vibrante cielo azzurro pallido. E così continuando, si riscoprirono, d’improvviso, nelle scoppiettanti note di un musical indemoniato, tra le cosce sgambettanti di tintinnanti mollette appese a svolazzanti fili pelosi di leggero spago barbuto giallo. E così comprendendo si concepirono in un mondo nuovo, meraviglioso, ricco di promesse. Una gioia verticale trafisse Gianandrea da parte a parte e lo sollevò lungo pareti lastricate di sogni ad occhi aperti ed incontrollabili speranze depositandolo, confuso e scomposto, sulla cima inconcepibile della potenzialità. Rallentò il moto diagonale delle gambe, mentre le pulsazioni del cuore galoppavano deliranti e impazienti, sino a quando i glutei non furono allo zenit dei talloni ed allora si fermò. Restò così, immobile, raccogliendo briciole di tempo finché non rimase che condirle con le straordinarie ed imprevedibili decisioni che quel pasto gli prometteva. Con un unico leggero movimento, roteando verso destra, si genuflesse di fronte al cane e con i palmi aperti gli incoronò il volto peloso. Un pensiero incappucciato, scassinate le porte dell’incoscienza, aveva alimentato di colpo, come legna dalla portentosa combustione, il fuoco mai estinto degli ingranaggi della sua geometrica riflessione. Era tutto chiaro adesso, semplice e naturale come un sorriso, la decisione che stava per prendere rifulgeva della stessa perfezione e limpidezza di un assioma: l’avrebbe portato con sé. Si, con sé, a casa sua. Di spazio, del resto, nella sua stanza chiusa, che guardava con impazienza ad est, ce n’era abbastanza per due.
- “Ti porto con me Caronte, non preoccuparti, quante ne faremo insieme, vedrai, saremo inseparabili”.
Aveva raggiunto, finalmente, l’apice della consapevolezza, adesso non gli restava che decidere da che parte scendere.
