mercoledì 6 maggio 2009

alla Fine della Strada

Una sigaretta, ancora una, forse l’ultima. Ne avrebbe fumata un’altra e poi subito a casa. Arrivò al mare. Non lo vedeva ma gli parlava, lo consolava con tenere carezze di vento. Poche lampare brillavano su di un manto nero e compatto. Onde arricciate come merletti gli indicavano la riva e sulla sabbia migliaia d’impronte, migliaia di passi, migliaia d’incontri, forse di amori. Ma la strada si girò e dovette lasciare alle spalle estranei ricordi.
Il cielo era rosso. Davanti a lui solo la luce dei suoi fari. Due chiazze bianche su un asfalto consumato e grigio. Lo percorrevano i pensieri. Non si fermavano. Gli scivolano dentro come fosse vuoto. Si sentiva malinconica presenza.
La salita era ancora lunga. Strilli di cuore lo accompagnavano ad ogni curva. La luce, poca, dei suoi fari, annusava l’aria indicandogli la strada da percorrere, pareva non finire mai. Gatti in calore strizzavano suoni appassionati in lontananza mentre stelle curiose sbirciavano un auto serpeggiare tra le vene buie dell montagna. La notte respirava placida sul mondo quasi che il giorno non dovesse più svegliarsi. E dentro, dentro Arturo un abisso si compiva. Il vuoto di un rimorso che lo divorava senza tregua, un rimorso inconfessabile, il rimorso che sta in fondo ad ogni vita, d’averla inutilmente spesa. Così gli aveva confidato Camillo in uno sfogo di pianto prima dell'inevitabile commiato. Parole di piombo colate da un ciottolo pesante a spasso per il cuore. Da quel momento preciso Arturo non era più lo stesso, non poteva esserlo. Soffiava un vento stonato nei giardini della sua giovinezza adesso. Distanze siderali smagliavano la sua anima tendendo all’infinito i lembi delle sue domande irrisolte. Le curve si moltiplicavano davanti a lui in un cerchio ipnotico che intorpidiva i suoi sensi. Per istanti intermittenti incontrava il suo volto pallido riflesso sul parabrezza, e il ritorno alla realtà gli procurava deludenti vertigini. Guidava come un pazzo ma la cima non era più tanto lontana. Poteva già vederla oltre il tornante. Tra le tempie gli rimbalzavano le parole di Camillo: Perché a me par vivendo questa mia povera vita, un'altra rasentarne come nel sonno; e che quel sonno sia la mia vita presente. Ma ora basta, Arturo aveva deciso, era giunto il momento di destarsi da quel lungo sonno; del resto era già da un po’ che la sveglia aveva preso a squillare. Fermò l’auto in mezzo al piazzale del belvedere e scese lentamente, come nei film: uno sportello si apre, la musica s’interrompe e dopo qualche attimo di febbrile attesa un piede atterra al suolo sollevando uno sbuffo di polvere. Si avvicinò al parapetto determinato come non lo era mai stato. La vista da lassù era incantevole, pareva tutto a portata di mano, ogni luogo raggiungibile ogni destino prevedibile. La città, laggiù, lo guardava con la faccia triste e scura dal fondo della valle. Non si era mai sentito così leggero prima, si sporse in avanti e guardò in basso, come in cerca di risposte in quella profonda altezza. Era confuso Arturo. I pensieri vacillavano sull’orlo del bicchiere, sino a quando, perso l’equilibrio, precipitavano in un cocktail amaro di alcoliche riflessioni. Riflessioni vaghe, indecifrabili, straniere. Scavalcò il muretto e si posizionò sul precipizio ancorandosi con le mani a dei piccoli ciuffi d’erba che sbucavano dalla roccia proprio dietro di lui. Magari un colpo improvviso di vento o una roccia un po’ più fragile lo avrebbero tolto dall’impasse di prendere una decisione che valutava ormai troppo grande per lui. Nel corpo irrigidito dalla paura il cavo torace vibrava come foglia sotto la tempesta, e i bronchi intasati dal fumo sibilavano nelle orecchie sino a divenire l’unico suono udibile. La vita gli scorreva davanti ma come rimpicciolita, ridotta, annichilita. Scarna come la biografia di un autore nella quarta di copertina di un romanzo che nessuno leggerà mai: nasce… studia…frequenta…muore. Morire si, quel giorno stesso.
 
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