Passi, quanti passi. Uno dopo l’altro, a centinaia. Prima il sinistro, poi il destro. Uno dietro l’altro, a migliaia. E di nuovo; uno due uno due uno due…perché non finiscono mai i passi. Piovono sul marciapiede e poi fuggon via. A volte tornano. Altri si perdono e non li trovi più. Si cercano i passi, s’incontrano, s’inseguono ma se ti fermi scompaiono. Gianandrea sembrava guardarli, volerli afferrare. Camminava a testa bassa offrendo la nuca al cielo e saltellando con lo sguardo da un piede all’altro. Iniziavano sempre così i suoi momenti più cupi; dal basso. La strada era sempre la stessa, le impronte anche. Come stesse pedinando se stesso si osservava mentre percorreva i soliti vecchi vicoli scortando i propri pensieri tra le ferite aperte della città. Si accendevano le luci alle finestre come le candele in cattedrale e l’omelia di aromi che proveniva dalle cucine illuminate predicava di arrosti e di contorni. I fedeli ancora in strada, sbrigate le ultime faccende, accorrevano numerosi. Giana deambulava senza meta ignorando il brulicante via vai che si compiva intorno a lui. Un sottilissimo filo, strisciando sui suoi zigomi, trascinava con sé delle piccole lacrime intrecciandole alla tela variopinta della nostalgia. È una geometria precisa quella che regola la struttura aerea di un ricordo. Un uomo, al suo fianco, lo accompagnava ogni giorno a scuola. Percorrevano insieme tre o quattro isolati dopo aver parcheggiato l’auto molto lontana. Una 127 bianca, immacolata, interni grigi, caldi in inverno irritanti in estate, puliti. “Non toccare niente! Stai attento!” l’ordine era severo, perentorio. Del tragitto pochi ricordi: qualche ruota, l’asfalto, i tombini, lattine ammaccate. Tutto molto confuso. Quando riusciva a catturare un’immagine, un odore o un rumore immediatamente dopo gli sfuggiva e ne subentrava un altro. Passi svelti, isterici, lo trascinavano con forza, ogni due tre metri rimaneva indietro ed era costretto a recuperare correndo. La sua mano, piccola, in quella dell’uomo, grande, sudava ma la presa era forte, rassicurante. Seguiva un ritmo frenetico come li stessero seguendo ma non sbagliava un passo, quasi fosse una danza, mai un’incertezza, procedeva spavaldo e lui col fiatone. Sch toc sch toc sch toc…suonavano quei piedi, le gambe tenevano l’accordo ma erano i piedi l’assolo. Molto piccoli per un adulto; 38 o al massimo 39, del resto non era molto alto, ma come erano precisi, non sbagliavano mai il tempo. Perfetti, tre passi al secondo e il quarto era già pronto. A rendere possibile la prodigiosa melodia di quei movimenti delle magnifiche scarpe, vagamente somiglianti a quelle usate dai ballerini spagnoli, da tango o da flamenco. Incredibili stivaletti di pelle nera a mezzo collo con tacco da tre centimetri e cerniera sul malleolo. Di classe! Sempre puliti e lucenti. La mattina, appena sveglio, li controllava lucidandoli con cremine speciali a base di cere naturali e lanolina. Se in strada si sporcavano si metteva a imprecare come l’avessero gambizzato, s’inumidiva il dito e lo strofinava forte sulla macchia ingiuriandola per la mutilazione, poi data l’ultima sbirciatina riprendeva a camminare restituendo la mano sporca a Gianandrea. Sempre così, ogni giorno della sua vita, fino alla quinta elementare. Tutto ciò che vide del mondo, dalla macchina alla scuola, lo vide nel riflesso ovale di quelle scarpe. Le scarpe di suo padre.mercoledì 6 maggio 2009
Passi
Passi, quanti passi. Uno dopo l’altro, a centinaia. Prima il sinistro, poi il destro. Uno dietro l’altro, a migliaia. E di nuovo; uno due uno due uno due…perché non finiscono mai i passi. Piovono sul marciapiede e poi fuggon via. A volte tornano. Altri si perdono e non li trovi più. Si cercano i passi, s’incontrano, s’inseguono ma se ti fermi scompaiono. Gianandrea sembrava guardarli, volerli afferrare. Camminava a testa bassa offrendo la nuca al cielo e saltellando con lo sguardo da un piede all’altro. Iniziavano sempre così i suoi momenti più cupi; dal basso. La strada era sempre la stessa, le impronte anche. Come stesse pedinando se stesso si osservava mentre percorreva i soliti vecchi vicoli scortando i propri pensieri tra le ferite aperte della città. Si accendevano le luci alle finestre come le candele in cattedrale e l’omelia di aromi che proveniva dalle cucine illuminate predicava di arrosti e di contorni. I fedeli ancora in strada, sbrigate le ultime faccende, accorrevano numerosi. Giana deambulava senza meta ignorando il brulicante via vai che si compiva intorno a lui. Un sottilissimo filo, strisciando sui suoi zigomi, trascinava con sé delle piccole lacrime intrecciandole alla tela variopinta della nostalgia. È una geometria precisa quella che regola la struttura aerea di un ricordo. Un uomo, al suo fianco, lo accompagnava ogni giorno a scuola. Percorrevano insieme tre o quattro isolati dopo aver parcheggiato l’auto molto lontana. Una 127 bianca, immacolata, interni grigi, caldi in inverno irritanti in estate, puliti. “Non toccare niente! Stai attento!” l’ordine era severo, perentorio. Del tragitto pochi ricordi: qualche ruota, l’asfalto, i tombini, lattine ammaccate. Tutto molto confuso. Quando riusciva a catturare un’immagine, un odore o un rumore immediatamente dopo gli sfuggiva e ne subentrava un altro. Passi svelti, isterici, lo trascinavano con forza, ogni due tre metri rimaneva indietro ed era costretto a recuperare correndo. La sua mano, piccola, in quella dell’uomo, grande, sudava ma la presa era forte, rassicurante. Seguiva un ritmo frenetico come li stessero seguendo ma non sbagliava un passo, quasi fosse una danza, mai un’incertezza, procedeva spavaldo e lui col fiatone. Sch toc sch toc sch toc…suonavano quei piedi, le gambe tenevano l’accordo ma erano i piedi l’assolo. Molto piccoli per un adulto; 38 o al massimo 39, del resto non era molto alto, ma come erano precisi, non sbagliavano mai il tempo. Perfetti, tre passi al secondo e il quarto era già pronto. A rendere possibile la prodigiosa melodia di quei movimenti delle magnifiche scarpe, vagamente somiglianti a quelle usate dai ballerini spagnoli, da tango o da flamenco. Incredibili stivaletti di pelle nera a mezzo collo con tacco da tre centimetri e cerniera sul malleolo. Di classe! Sempre puliti e lucenti. La mattina, appena sveglio, li controllava lucidandoli con cremine speciali a base di cere naturali e lanolina. Se in strada si sporcavano si metteva a imprecare come l’avessero gambizzato, s’inumidiva il dito e lo strofinava forte sulla macchia ingiuriandola per la mutilazione, poi data l’ultima sbirciatina riprendeva a camminare restituendo la mano sporca a Gianandrea. Sempre così, ogni giorno della sua vita, fino alla quinta elementare. Tutto ciò che vide del mondo, dalla macchina alla scuola, lo vide nel riflesso ovale di quelle scarpe. Le scarpe di suo padre.