La pioggia aveva ripreso a cadere. Giana trovò riparo di fronte al civico 64, sotto un’esuberante magnolia, umiliato e sconfitto. Lasciò trascorrere qualche minuto, poi sporse una mano fuori che rimase asciutta. S’incamminò verso l’auto. Le vetrine dei negozi erano ancora accese, rallentò e si voltò per guardarle. I manichini gli erano sempre piaciuti. Non erano lontani i tempi in cui desiderava possederne uno. Di donna naturalmente. Anzi tantissimi manichini, un harem intero. Si immaginava sorridente e audace mentre sganciava i loro vestitini griffati per ammirare la mirabile perfezione delle loro dure forme. Il sogno finiva lì, in preda a polluzioni notturne e fastidiose umidità.La macchina era vicina, due o al massimo tre isolati. Era quasi arrivato quando un pensiero, con due spalle grosse così, gli bloccò il passaggio. Non c’era finta, doppio passo o bicicletta che tenesse; lo marcava a uomo. Era insuperabile, un armadio. Cercò di superarlo distraendolo in qualche modo; gli parlò di sua madre e di come era brava a fare certe cosette, ma niente. Era più esperto di lui, quasi lo ammirava…li avesse l’Inter difensori del genere! Decise di affrontarlo. Ne aveva abbastanza, di lui e di quello stronzo del guardialinee che gli segnalava sempre il fuorigioco. Ma chi si sentiva? Si rendeva conto di fare un lavoro assurdo? Sempre lì a piroettare con quella stupida bandierina. Aveva pure la pancia!
Il mastino era di fronte a Giana, non lo mollava un attimo. Il passaggio era nell’aria, se lo sentiva addosso, sulla pelle. Aveva l’istinto dell’attaccante lui, del killer da area di rigore. Eccolo! Teso e potente come piacevano a lui. Gli bastava spizzicarla ed era dentro. Sollevò la fronte e guardò negli occhi l’avversario. Aveva già capito di aver perso. Finta la partenza col destro, sposta il peso sul sinistro, si finge sbalordito, “hanno colpito il portiere con un fumogeno!”, lui si gira, gli dà una strizzata dove meno l’avrebbe desiderata e lo scarta agilmente. La folla era in delirio, urlava il suo nome, ma lui non li sentiva. Solo silenzio intorno a lui. Correva verso la porta ma non la raggiungeva mai, si faceva sempre più piccola e il portiere gli faceva ciao con la manina. Non li vedeva già più. Era rimasto solo. Un’altra volta.
Continuò la sua folle corsa che stava quaahhh!!! Il vuoto! Ma che ci faceva lassù, sul cornicione di un palazzo? E la farmacia? E l’edicola più avanti? Rimase per un attimo fermo con le sue domande, in bilico, come in attesa delle risposte. Il pensiero di lei arrivava sempre così, ad un tratto, inaspettato, senza preavvisi. E faceva male. Faceva proprio male. Come infierisse su di lui un intero esercito di nostalgie e non avesse il tempo di prevedere da quale parte sarebbe arrivato il prossimo colpo. Abbassava la guardia e attendeva.
A volte la vedeva; bella come mai. Avrebbe potuto quasi toccarla ma aveva paura che scomparisse. Danzava, solo per lui. Galleggiava nell’aria che sembrava una bolla di sapone. Colorata e fragile proprio come una bolla di sapone. Volteggiava su se stessa come volesse creare un vortice e, sul dorso di questo, raggiungere luoghi inesplorati, lontani, irraggiungibili. Insieme a lui. Non poteva dimenticarla. Non voleva.
“Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno
e la stagione, il tempo, e l’ora, e ‘l punto,
e ‘l paese, e’loco ov’io fui giunto
da’duo begli occhi, che legato m’hanno;
e benedetto il primo dolce affanno
ch’ i’ ebbi ad esser con Amor congiunto,
e l’arco, e le saette ond’i’ fui punto,
e le piaghe che ‘n fin al cor mi vanno.
Benedette le voci tante ch’io
chiamando il nome di mia donna ho sparte,
e i sospiri, e le lagrime, e ‘l desio;
e benedette sian tutte le carte
ov’io fama l’acquisto, e ‘l pensier mio,
ch’è sol di lei sì ch’altra non v’ha parte.”
L’aveva letta qualche tempo fa e l’aveva subito imparata a memoria. Senza sforzo, come fossero versi suoi. Le parole gli uscivano da sole. Alcune senza senso, altre con troppo.
Il cornicione era strettissimo. Dei piedi, anche se piccoli gliene usciva la metà. Aveva gli alluci terrorizzati. Trenta piani lo separavano da una morte certa e anche piuttosto dolorosa. Non c’era una sola finestra e nulla a cui aggrapparsi. Ma come c’era finito lassù? Non aveva il coraggio di guardare di sotto ma doveva farlo e lo fece. Sporse il busto quel tanto che bastava per riconoscere una via di fuga. La trovò. Era un po’ azzardato ma non gli rimaneva altro da fare. Il vento si faceva sempre più insistente e i talloni gli facevano un male cane. Da quella posizione, se la fortuna lo assisteva, prendendo un po’ di slancio, avrebbe dovuto centrare in pieno la tendina parasole dell’edicola.
Nei film funziona sempre.
Una volta gli avevano detto che noi siamo angeli con una sola ala e che per volare abbiamo bisogno di stare abbracciati.
Scivolò qualche centimetro più a sinistra per trovarsi esattamente allo zenit del giornalaio.
Insieme erano arrivati in alto, più in alto di quanto potessero mai immaginare.
Era pronto. Un bel respiro, occhi chiusi, chiappe strette e il gioco era fatto.
Adesso che non c’era più…
- “Uno due e noooo!!! Maledetti piccioni incontinenti, ve lo chiudo io lo sfintere, bastardi!”
Cadeva.
Sfrecciò lungo il profilo dell’edificio superando una finestra dopo l’altra. Il guardialinee, affacciato ad una di queste, lo minacciava agitando le braccia sopra la testa. Dalle vetrate a destra riusciva a vedere il colosso avversario che lo inseguiva saltando i gradini a quattro alla volta. Gli regalò un sorriso e gli mostrò il medio. Non erano più quattro adesso; otto alla volta. Non riuscì a raggiungerlo comunque, Giana era troppo veloce. La tenda era vicina, sempre più vicina, sempre di più, sempre di più e goal!
1 a 0 per Gianandrea, e vai!
- “Ci scusiamo, con la gentile clientela, per gli inconvenienti causati durante la fase d’atterraggio. Le condizioni atmosferiche, purtroppo, non erano delle migliori. Vi auguriamo una buona permanenza e arrivederci al prossimo volo!”
Si congedò dallo stuart ariano che gli stritolava la mano mostrando la sua perfetta dentatura e si diresse svelto verso la macchina.
