mercoledì 6 maggio 2009

Masturbazione

Giordano è lì, sagomato sul letto, sguardo fisso sul soffitto, palme planate sul lenzuolo, gambe rigide con le scarpe ancora ai piedi, membro eretto. Pensa! Pensa a tante, tantissime cose. Pensa a tutto lui. E, come un eco, voci, immagini e luoghi gli parlano di quando l’hanno incontrato, di quando l’hanno visto, di quando l’hanno ascoltato. Interi brani del suo passato lo rincorrono a branchi e sbrindellati ricordi sbranano il suo presente stillando veleno dalle zanne appuntite della nostalgia, mentre brandelli di possibili futuri si proiettano chiari e deludenti sulla parete di fronte, accanto al poster di Samantha Fox, itticamente svestita con una rete da pesca, che con uno sguardo da porno-cernia solletica le sue fantasie erotiche.
Decisamente depresso Giordano. Oppresso da noiosa ipocondria. Nessun movente plausibile per quello stato d’animo, “il solito grazie!, metta in conto”. Dalle fessure delle serrande chiuse, serrate, lame di luce trafiggevano con precise stilettate il suo corpo narcotizzato dalla noia. L’atmosfera rarefatta, immobile, ciabattata di quell’asfissiato pomeriggio delle calende di marzo condannava il genere umano, senza processi né appelli, all’inerzia a vita per traboccanza di prove. Le solite cose, la solita routine, la solita rivoluzione intorno all’asse, il solito stanco giro intorno al sole, il solito cuore stonato. La solita apparente morte postprandiale. Sul banco degli imputati sedeva, placida e marmorea, sua madre. L’imputazione: pranzo pantagruelico preterintenzionale. All’accusa: i feroci improperi di un figlio viziato. Alla difesa: le premurose attenzioni di una casalinga che dei panini provola, due fette due di crudo, un goccio d’olio e un pizzico di sale, ne aveva fatto un’arte. Da consumare preferibilmente dopo due minuti due di piastra.
Il crimine era stato consumato in luogo insospettabile, nel cuore del focolare domestico, nel nucleo fondamentale del nido pascoliano: la cucina! Le prove erano ancora lì, in bella vista, dappertutto; cannelloni al ragù di maiale, scaloppine all’arancia, arrosto morto di vitello, insalata capricciosa, funghi trifolati, tagliere d’affettato, frutta assortita, cassata siciliana, cannolicchi, bignè, caffè e ammazzacaffè.
Il giovane, ignaro della pericolosità che si celava dietro alle affettuose cure di quella donna senza scrupoli, aveva ingurgitato, senza far domande, tutto ciò che sfilava sulla tavola apparecchiata. L’oliva verde, che per ultima attraversò la frontiera di denti, scivolando con tutto il nocciolo nelle umide lande del suo ventre, fu fatale. Mater familias poté gustarsi, con cinico cipiglio, dal regale sgabello sul quale era appollaiata, il lumacoso trasferimento in bagno del suo piccolo dead man walking.
Il giorno, fuori, piroettava sull’orizzonte in cerca di forti braccia per un ultimo caschè, mentre le auto, giù in strada, ululavano già alla luna. Gianandrea premeva ritmicamente sulle sensuali curve del materasso che deliziosamente cedevano alla sua insistente melodia. Il bacino ondeggiante naufragava nelle voluttuose acque del desiderio mentre la mente, issate le vele, seguiva la rotta che le stelle le suggerivano componendo un nome, su, nel cielo nero, lontano, ignoto: Giulia.
E per incanto, come se il silenzio avesse pronunciato, nelle remote terre del suo regno, un’arcana formula magica, una parte di Gianandrea mutò la sua pigra forma. Dita nervose ispezionarono quella cosa molle che dal grave oblio alzava la sua vermiglia e sonnacchiosa testa. Una mano, curiosa e rapida, scrutava sopra e sotto, su e giù, quell’estraneo membro, e come rapito da platonica mania sfogava la sua energia in esubero, ferendosi al basso ventre con feroci pugnalate, in attesa che schizzasse fuori il sangue denso della passione. Trenta aveva deciso di darsene in quel calar di sera, una prova con se stesso; non una in più, non una in meno. Altre volte aveva tentato (24), e non era riuscito (25), ma adesso si sentiva pronto (26), il ritmo era quello giusto (27), la temperatura perfetta (28), la concentrazione a livelli ottimali (29)…

- “Te lo faccio un panino con due fette due di crudo?”

Quoque tu, Brute, filii mii! Il felino che risiedeva assopito nelle profondità delle sue viscere si destò repentino. Lo scatto che ne seguì lasciava ampio adito al dubbio del doping. I reni si contrassero come due palline da tennis e, un istante dopo, con eleganza e precisione si produsse in un olimpionico avvitamento che lo riportò a pancia sotto. Sollevata la testa dal cuscino Mefistofele in persona arpeggiò le corde vocali di Giana tuonando un rabbioso NO! L’osso iliaco ruotò di novanta gradi sollevandosi come un sipario per l’ultimo applauso agli attori. Il protagonista distante, sedeva esausto e non concedeva bis al pubblico in delirio.
 
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