
E l’asfalto come per magia si trasformò in prato, il prato si tramutò in aiuole e le aiuole in ragazzini che giocavano a pallone davanti al chioschetto dei gelati chiuso: ne aveva fatta di strada da casa sua. Aveva attraversato mezza città senza neanche accorgersene; solo ogni tanto una leggera fitta alle caviglie gli rammentava di essere ormai stanco.
- “Passapassapassapassapaaaassssaaa!”
Le urla isteriche delle due squadre avversarie lo seguirono sino alla panchina in ferro verde marcio sulla quale capitolò. Stirò le gambe in avanti e le incrociò mentre la testa appesa all’indietro si riempiva di sangue, pronta a esplodere come una bottiglia di spumante. Le stelle, sopra di lui, parevano suggerirgli, una ad una, scene di vita che non volevano dimenticarlo. La noiosa ipocondria che l’aveva oppresso per tutto il pomeriggio riprese a tormentarlo più forte e chiara di prima. Il cielo si fece più pesante, troppo grande per lui che non capiva da dove provenisse quel dolore lento, penetrante. Se solo fosse riuscito a localizzarlo: addome, petto o cranio?
- “Ahi!”
L’anca! Ecco dov’era!
- “Pallaaa!
Un rigore sbagliato lo aveva centrato in pieno riportandolo in questo mondo, proprio sulla traiettoria di quel pallone. Un sorriso gli apparve sincero sul volto. Da quanto non tirava due calci; dai tempi dei “Giovani leprotti”, da quando fluidificava sulle fasce e sgusciava ai marcatori lasciandoli a terra con la faccia sporca della polvere sollevata dai suoi tacchetti.
- “Pallaaa!”
Si alzò con calma dalla panchina, sicuro che il mister l’avrebbe fatto entrare, raggiunse il pallone e vi poggiò sopra il piede destro, quasi fosse una preda. Grida selvagge lo incoraggiavano al lancio. Con una rapida occhiata controllò la distanza e la traiettoria da imprimere, quindi sollevò la sfera con la punta del sinistro, proseguì il palleggio col ginocchio e infine scagliò una botta portentosa di collo pieno: Boom! Bang!
- “Ahi! Disgraziato!”
Una donna sulla cinquantina, ai bordi del marciapiede, senza una scarpa e con le calze flosce, tramortita e smarrita, fu testimone inattesa di quello che i vice campioni del torneo di calcio under 15, del villaggio S. Rosalia, chiamavano: “o tire ciecat”, per via delle sue imprevedibili parabole. La sua partita durò soltanto ventitré secondi: da record, l’allenatore lo buttò immediatamente fuori e lui dovette attraversare il campo sotto una mortificante pioggia di fischi.
- “Salve”
Non era più solo in panchina; un acquisto dell’ultimo momento sedeva placido in attesa di diventare anche lui un titolare.
- “Salve”
Sotto uno spolverino di cotone blu, con apparente disinvoltura, indossava due camice, una di flanella a righe orizzontali l’altra di cotone a righe verticali, un maglione di lana grossa senza maniche, una maglietta rossissima produzione mcDonald’s; i pantaloni, di velluto verde con svoltine all’orlo, mostravano dei pedalini bianchi senza elastico. Ai piedi: chiccosissimi infradito di gomma alla coreana. Guarnivano gomiti e ginocchia strisce multicolore di stoffa legate saldamente. Stava fermo lì, immobile, senza poggiare la schiena alla spalliera magra più di lui e con le gambe rigide, come fossero aste, poggiate sui talloni. Su una mano reggeva un pezzo di pane duro che sgretolava tra pollice e indice sul palmo dell’altra che teneva a conchiglia; poi con dita ballerine spargeva le briciole davanti a sé come stesse seminando.
- “Guardi che i piccioni non ci stanno!”
Si sentiva in vena di fare due chiacchiere Gianandrea; l’attività fisica lo metteva sempre di buon umore, era riuscito a scaricare un po’ di tensione e adesso era pronto per comunicare con il prossimo suo.
- “Eh?”
L’uomo multistrato un po’ meno forse.
- “I piccioni dico…non ce n’è…a quest’ora dormono…”
Sul volto dell’uomo si dipinse il sorriso innocente di un fanciullo. Di un poppante anzi, dato che era fornito di soli due denti, l’incisivo superiore e un canino inferiore; pareva il bambìn Gesù per quanto era bello. Si girò verso Gianandrea, fissò i suoi occhi gialli in quelli di lui per un po’ e proseguì oltre sino a tornare con lo sguardo sulle briciole disseminate ormai dappertutto.
- “Ma mi sente? È inutile…non verranno…sa, giusto oggi non ho fatto in tempo a mettere il naso fuori di casa che uno stron…”
- “Sch! Silenzio…li spaventi!”
- “Ma è cieco oltre che sordo?…non vede che qui di piccioni non…”
- “Sch!…topi…sch!”
- “Addirittura! Fanno schifo anche a me ma chiamarli topi mi sembra…”
- “Zitto! Mi spaventi i topi!”
Medusa, sotto le mentite spoglie di un uomo camuffato da spaventapasseri, sfuggita una morte acefala, pietrificò Gianandrea all’istante vendicandosi di un fato che la voleva brutta e zitella.
- “tototo…topi? Cococo…come topi?
- “Bravo bravo…rifallo ancora?”
- “Cococo…cosa?”
- “Bravo…ah-ah! Sei proprio bravo”
- “Ma che sta dicendo?”
- “La gallina! Ah-ah! Squit-squit…il topo…ah-ah!”
- “Ma lei è pazzo!”
- “Squit-squit…il topo…ah-ah!”
- “Lei è un animale!”
Zeus in persona si precipitò inferocito, cavalcando le ali di Pegaso, dalle alte vette della montagna sacra, scagliando il suo strale infuocato dalla bocca di Gianandrea, per punire la ribelle Gorgone.
- “Homo sum, humani a me nihil alienum puto”
Se Michelangelo fosse ancora vivo forse solo lui riuscirebbe a riprodurre con qualche sapiente incisione di scalpello il livido stupore che immobilizzò la faccia di Giana in una maschera deforme.
- “Che lingua era scusi? Latino? Ma come…”
- “Squit-squit…ah-ah!”
- “Si si il topo, ma prima…omo sumpt?… che ha detto?”
L’uomo sembrava divertirsi, non la smetteva di ridere. Si riempiva d’aria e poi si sgonfiava in terribili convulsioni tremando come una lavatrice durante il risciacquo; e quanto avrebbe avuto bisogno di una bella lavata! Puzzava più di una carogna. Giana gli si accostò e gli posò una mano su una spalla cercando di respirare il meno possibile; il necessario. Il tono era decisamente diverso ora; più educato, rispettoso, quasi sottomesso, come se quella frase, pronunciata con tanta solennità, imponesse decoro; d’altronde si era in presenza di una signora adesso: la cultura!
- “Signore, mi scusi, come si chiama?”
La risposta non arrivò. L’uomo s’infilò in bocca il pane rimastogli nel palmo della mano e prese a masticarlo con le gengive emettendo un deprimente rumore molle. Rimase immobile per un po’, poi cominciò a dondolarsi avanti e indietro con le estremità delle dita soffocate sotto le cosce. Sembrava attendere. D’improvviso, come se l’interruttore della voce si fosse accesso, il respiro fiorì in parole.
- “Io sono Camillo…squit-squit… che raccolgo il vento e col bue vado a caccia della lepre…squit…e nuoto contro la marea montante…squit…”
- “Eh?”
- “… nel buon vino ho fede…squit… e credo che sia salvo chi gli crede…”
Pareva indemoniato, posseduto da una squadra intera, più riserve, di poeti deceduti e dai più dimenticati. Si sollevò sulle gambe mortificate dalla fame e allargò le braccia fasciate recitando a memoria, senza sosta, una novena di versi che si camuffavano di senso mescolandosi tra loro in un orgia peccaminosa di eloquenza.
- “Ma che sta dicendo…è impazzito?”
- “…squit…dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge…squit-squit…”
- “Signor Camillo si calmi! Cos’è? È malato? Signor Camillo!”
- “…quanto piace al mondo…squit…è breve sogno…squit-squit…nascer…squit…nascer chiamo aspra vicenda, non già il morire…”
- “Non faccia così signor Camillo!…non se la prenda…è un momento negativo…non si preoccupi…passa…”
Quasi che un disturbo intestinale lo avesse preso alla testa o un qualche virus africano si nutrisse del suo cervello, l’uomo vestito di stracci continuava la sua predica antologica con più impeto e enfasi di prima tarantolando le braccia tra le parole che orbitavano intorno alla sua bocca.
- “…si stringe il cuore…squit…a pensare come tutto al mondo passa…squit…e quasi orma non lascia…”
- “…ma lei è un caso clinico! Reagisca! Bisogna esser forti…”
- “…arcano è tutto fuor che il nostro dolor…squit-squit…”
- “…risorgere nei momenti più difficili…guardi me…”
- “…la morte è quello che di cotanta speme…squit…oggi m’avanza…”
Giana si mise anche lui in piedi dandosi una pacca fragorosa sul petto ansimante come a incoraggiarsi. Si sentiva in obbligo verso quella persona, doveva far qualcosa, assolutamente. Pensò che dei soldi avrebbero potuto offenderlo e così ripose la danarosa soluzione nelle tasche vuote. Avrebbe potuto ospitarlo per quella notte a casa sua ma avrebbe dovuto prima farlo lavare, e chi glielo diceva a sua madre poi. Che fare allora? Ma certo! La vocazione, da sempre gelosamente custodita ma mai affiorata, di diventare uno scrittore per donare la sua saggezza al mondo, senza pretendere nulla in cambio, e fare così del bene all’umanità intera fece un passo avanti e si offrì come volontario. Troppo macchinoso e sterile, però, trasportare i pensieri attraverso falangi e falangine su tasti pettegoli e infine su di un foglio vestito di bianco che mal sopportava delle macchie su colletto e polsini; il suo intervento doveva essere concreto e soprattutto rapido ed efficace, macché scrittore e scrittore: un oratore! sarebbe diventato, senza dubbio, un oratore. Un grande oratore. Il migliore.
- “…vede signor Camillo, anche per me non è un momento facile, ma ci ho riflettuto, e ho capito che è meglio lasciarsi trasportare dalle precise leggi del caso nella speranza che tutto si combini nella maniera assolutamente perfetta…”
- “…squit…morte…squit… a troncar l’obbrobriosa vita…”
- “…invece che autogestirsi nel modo migliore possibile, uccidendo ferocemente le alternative…”
- “…che indugi omai…squit…se il tuo indugiar m’irrita?…”
- “…è pericoloso covare certezze…”
Cicerone a confronto era un balbuziente con seri problemi di pronuncia. Il pulpito sul quale era salito gli stava troppo piccolo, tanto che dovette cominciare a camminare per dare vigore a quel che blaterava: due passi a destra, piroetta, due passi a sinistra e così via. Le idee si costruivano da sole, come se il progetto fosse in cantiere da molto tempo, e un prefabbricato di predicati sostantivi e verbi veniva su superbamente, sorretto da stabili fondamenta concettuali e sotto la supervisione attenta di accenti e pause.
- “…come mura sottili proteggono il mondo che ci costruiamo attorno, signor Camillo, ma al primo soffiare di vento volano via, lontano…”
- “…nasce l’uomo a fatica…squit…ed è rischio di morte il nascimento…”
- “…lasciandoci orfani viziati senza l’abitudine alla sofferenza…”
- “…e già nel primo giovanil tumulto…squit-squit…morte chiamai più volte…”
I due si fronteggiavano impavidi l’uno di fronte all’altro. L’uomo fasciato in preda a incontinenza verbale da intossicazione letteraria mentre Gianandrea pettinava meticoloso i ricci impertinenti di un discorso dalla folta chioma. Non si guardavano in faccia. Davanti a sé ognuno di loro aveva una platea esigente che richiedeva la massima attenzione; nessun spettatore privilegiato per quella sera, tutti uguali davanti al proprio beniamino: questa sì che era democrazia!
- “…mille volte meglio allevare il proprio “io” avvezzo alla malvagità delle stagioni, forte condottiero delle proprie idee, imparziale giudice delle proprie azioni, capace e astuto promotore di se stesso…”
- “…vinta…squit…la speranza piange, e l’atroce angoscia sul mio cranio pianta…squit…despota…squit…il suo vessillo nero…”
- “…mille volte meglio accumulare, con fame atavica, le esperienze di cento vite che concluderne una sola e scoprire, alla fine, che era quella di qualcun altro…”
- “…fango è il mondo…”
- “…dare paternità ai mille riflessi del proprio io…mettere insomma alla gogna il clone al quale deleghiamo, svogliati e petulanti, la vita…”
- “Squit!”
Il silenzio fu per loro come l’acqua per il maratoneta alla fine di una gara. Se ne dissetarono a volontà in piedi e stanchi davanti alla panchina ossuta in mezzo al parco. Si guardavano adesso, e si ascoltavano anche, ognuno di sé ammirato e compiaciuto. Quando il respiro si fece più calmo e il sangue riprese il ritmo naturale si sedettero nuovamente accavallando entrambi le gambe ed incrociando gli avambracci. Erano esausti ma appagati. La partita di calcio era ormai finita e il chioschetto dei gelati chiuso proiettava ombre geometriche sul vuoto intorno a sé. L’umanità pareva svanita o non essere mai esistita in quell’eden privato nel quale erano adamiticamente riapprodati. Solo un piccione, che volteggiava nell’aria seguendo ipnotici percorsi, vi partecipava senza esserne stato invitato. Si aggirava di straforo sopra le loro teste, inferocito dall’insonnia, agitando le ali quasi stesse gesticolando. Un piccione panciuto, maculato e nazista. Una vecchia conoscenza di Gianandrea che aveva deciso di sfruttare le ore notturne per sferrare un fulminante attacco dall’alto in grado di risolvere definitivamente le ostilità a favore della razza piumata. Come potevano accorgersi del soffio leggero di un’ala battente quando il loro intero essere respirava dell’effimera consistenza del piacere in quell’angolo di paradiso.
Ploff!
Il ritorno su questa terra fù repentino quanto disgustoso. Le braccia svennero lungo il busto. I muscoli s’irrigidirono. Le mascelle si serrarono. Le espressioni si contrassero mentre sorrisi intermittenti facevano capolino agli angoli delle labbra e improvvise contrazioni alla bocca dello stomaco si ripetevano con tempismo.
- “Cococo…”
- “Squit…”
La risata che seguì fù grande, chiassosa, tellurica. La risata di chi ha compreso, perché in sé l’ha raccolta, l’infinita vanità del tutto. Presero a rincorrersi in un girotondo impazzito di gioia saltando il più in alto possibile; poi, come aborigeni scalzi e festanti, sollevarono il capo e lanciarono strani versi alle nuvole.
- “Cococo…cococo…cococo…”
- “Squit…squit…squit…”