mercoledì 6 maggio 2009

alla Fine della Strada

Una sigaretta, ancora una, forse l’ultima. Ne avrebbe fumata un’altra e poi subito a casa. Arrivò al mare. Non lo vedeva ma gli parlava, lo consolava con tenere carezze di vento. Poche lampare brillavano su di un manto nero e compatto. Onde arricciate come merletti gli indicavano la riva e sulla sabbia migliaia d’impronte, migliaia di passi, migliaia d’incontri, forse di amori. Ma la strada si girò e dovette lasciare alle spalle estranei ricordi.
Il cielo era rosso. Davanti a lui solo la luce dei suoi fari. Due chiazze bianche su un asfalto consumato e grigio. Lo percorrevano i pensieri. Non si fermavano. Gli scivolano dentro come fosse vuoto. Si sentiva malinconica presenza.
La salita era ancora lunga. Strilli di cuore lo accompagnavano ad ogni curva. La luce, poca, dei suoi fari, annusava l’aria indicandogli la strada da percorrere, pareva non finire mai. Gatti in calore strizzavano suoni appassionati in lontananza mentre stelle curiose sbirciavano un auto serpeggiare tra le vene buie dell montagna. La notte respirava placida sul mondo quasi che il giorno non dovesse più svegliarsi. E dentro, dentro Arturo un abisso si compiva. Il vuoto di un rimorso che lo divorava senza tregua, un rimorso inconfessabile, il rimorso che sta in fondo ad ogni vita, d’averla inutilmente spesa. Così gli aveva confidato Camillo in uno sfogo di pianto prima dell'inevitabile commiato. Parole di piombo colate da un ciottolo pesante a spasso per il cuore. Da quel momento preciso Arturo non era più lo stesso, non poteva esserlo. Soffiava un vento stonato nei giardini della sua giovinezza adesso. Distanze siderali smagliavano la sua anima tendendo all’infinito i lembi delle sue domande irrisolte. Le curve si moltiplicavano davanti a lui in un cerchio ipnotico che intorpidiva i suoi sensi. Per istanti intermittenti incontrava il suo volto pallido riflesso sul parabrezza, e il ritorno alla realtà gli procurava deludenti vertigini. Guidava come un pazzo ma la cima non era più tanto lontana. Poteva già vederla oltre il tornante. Tra le tempie gli rimbalzavano le parole di Camillo: Perché a me par vivendo questa mia povera vita, un'altra rasentarne come nel sonno; e che quel sonno sia la mia vita presente. Ma ora basta, Arturo aveva deciso, era giunto il momento di destarsi da quel lungo sonno; del resto era già da un po’ che la sveglia aveva preso a squillare. Fermò l’auto in mezzo al piazzale del belvedere e scese lentamente, come nei film: uno sportello si apre, la musica s’interrompe e dopo qualche attimo di febbrile attesa un piede atterra al suolo sollevando uno sbuffo di polvere. Si avvicinò al parapetto determinato come non lo era mai stato. La vista da lassù era incantevole, pareva tutto a portata di mano, ogni luogo raggiungibile ogni destino prevedibile. La città, laggiù, lo guardava con la faccia triste e scura dal fondo della valle. Non si era mai sentito così leggero prima, si sporse in avanti e guardò in basso, come in cerca di risposte in quella profonda altezza. Era confuso Arturo. I pensieri vacillavano sull’orlo del bicchiere, sino a quando, perso l’equilibrio, precipitavano in un cocktail amaro di alcoliche riflessioni. Riflessioni vaghe, indecifrabili, straniere. Scavalcò il muretto e si posizionò sul precipizio ancorandosi con le mani a dei piccoli ciuffi d’erba che sbucavano dalla roccia proprio dietro di lui. Magari un colpo improvviso di vento o una roccia un po’ più fragile lo avrebbero tolto dall’impasse di prendere una decisione che valutava ormai troppo grande per lui. Nel corpo irrigidito dalla paura il cavo torace vibrava come foglia sotto la tempesta, e i bronchi intasati dal fumo sibilavano nelle orecchie sino a divenire l’unico suono udibile. La vita gli scorreva davanti ma come rimpicciolita, ridotta, annichilita. Scarna come la biografia di un autore nella quarta di copertina di un romanzo che nessuno leggerà mai: nasce… studia…frequenta…muore. Morire si, quel giorno stesso.

Delirio Notturno II

La pioggia aveva ripreso a cadere. Giana trovò riparo di fronte al civico 64, sotto un’esuberante magnolia, umiliato e sconfitto. Lasciò trascorrere qualche minuto, poi sporse una mano fuori che rimase asciutta. S’incamminò verso l’auto. Le vetrine dei negozi erano ancora accese, rallentò e si voltò per guardarle. I manichini gli erano sempre piaciuti. Non erano lontani i tempi in cui desiderava possederne uno. Di donna naturalmente. Anzi tantissimi manichini, un harem intero. Si immaginava sorridente e audace mentre sganciava i loro vestitini griffati per ammirare la mirabile perfezione delle loro dure forme. Il sogno finiva lì, in preda a polluzioni notturne e fastidiose umidità.
La macchina era vicina, due o al massimo tre isolati. Era quasi arrivato quando un pensiero, con due spalle grosse così, gli bloccò il passaggio. Non c’era finta, doppio passo o bicicletta che tenesse; lo marcava a uomo. Era insuperabile, un armadio. Cercò di superarlo distraendolo in qualche modo; gli parlò di sua madre e di come era brava a fare certe cosette, ma niente. Era più esperto di lui, quasi lo ammirava…li avesse l’Inter difensori del genere! Decise di affrontarlo. Ne aveva abbastanza, di lui e di quello stronzo del guardialinee che gli segnalava sempre il fuorigioco. Ma chi si sentiva? Si rendeva conto di fare un lavoro assurdo? Sempre lì a piroettare con quella stupida bandierina. Aveva pure la pancia!
Il mastino era di fronte a Giana, non lo mollava un attimo. Il passaggio era nell’aria, se lo sentiva addosso, sulla pelle. Aveva l’istinto dell’attaccante lui, del killer da area di rigore. Eccolo! Teso e potente come piacevano a lui. Gli bastava spizzicarla ed era dentro. Sollevò la fronte e guardò negli occhi l’avversario. Aveva già capito di aver perso. Finta la partenza col destro, sposta il peso sul sinistro, si finge sbalordito, “hanno colpito il portiere con un fumogeno!”, lui si gira, gli dà una strizzata dove meno l’avrebbe desiderata e lo scarta agilmente. La folla era in delirio, urlava il suo nome, ma lui non li sentiva. Solo silenzio intorno a lui. Correva verso la porta ma non la raggiungeva mai, si faceva sempre più piccola e il portiere gli faceva ciao con la manina. Non li vedeva già più. Era rimasto solo. Un’altra volta.
Continuò la sua folle corsa che stava quaahhh!!! Il vuoto! Ma che ci faceva lassù, sul cornicione di un palazzo? E la farmacia? E l’edicola più avanti? Rimase per un attimo fermo con le sue domande, in bilico, come in attesa delle risposte. Il pensiero di lei arrivava sempre così, ad un tratto, inaspettato, senza preavvisi. E faceva male. Faceva proprio male. Come infierisse su di lui un intero esercito di nostalgie e non avesse il tempo di prevedere da quale parte sarebbe arrivato il prossimo colpo. Abbassava la guardia e attendeva.
A volte la vedeva; bella come mai. Avrebbe potuto quasi toccarla ma aveva paura che scomparisse. Danzava, solo per lui. Galleggiava nell’aria che sembrava una bolla di sapone. Colorata e fragile proprio come una bolla di sapone. Volteggiava su se stessa come volesse creare un vortice e, sul dorso di questo, raggiungere luoghi inesplorati, lontani, irraggiungibili. Insieme a lui. Non poteva dimenticarla. Non voleva.

“Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno
e la stagione, il tempo, e l’ora, e ‘l punto,
e ‘l paese, e’loco ov’io fui giunto
da’duo begli occhi, che legato m’hanno;
e benedetto il primo dolce affanno
ch’ i’ ebbi ad esser con Amor congiunto,
e l’arco, e le saette ond’i’ fui punto,
e le piaghe che ‘n fin al cor mi vanno.
Benedette le voci tante ch’io
chiamando il nome di mia donna ho sparte,
e i sospiri, e le lagrime, e ‘l desio;
e benedette sian tutte le carte
ov’io fama l’acquisto, e ‘l pensier mio,
ch’è sol di lei sì ch’altra non v’ha parte.”

L’aveva letta qualche tempo fa e l’aveva subito imparata a memoria. Senza sforzo, come fossero versi suoi. Le parole gli uscivano da sole. Alcune senza senso, altre con troppo.
Il cornicione era strettissimo. Dei piedi, anche se piccoli gliene usciva la metà. Aveva gli alluci terrorizzati. Trenta piani lo separavano da una morte certa e anche piuttosto dolorosa. Non c’era una sola finestra e nulla a cui aggrapparsi. Ma come c’era finito lassù? Non aveva il coraggio di guardare di sotto ma doveva farlo e lo fece. Sporse il busto quel tanto che bastava per riconoscere una via di fuga. La trovò. Era un po’ azzardato ma non gli rimaneva altro da fare. Il vento si faceva sempre più insistente e i talloni gli facevano un male cane. Da quella posizione, se la fortuna lo assisteva, prendendo un po’ di slancio, avrebbe dovuto centrare in pieno la tendina parasole dell’edicola.
Nei film funziona sempre.
Una volta gli avevano detto che noi siamo angeli con una sola ala e che per volare abbiamo bisogno di stare abbracciati.
Scivolò qualche centimetro più a sinistra per trovarsi esattamente allo zenit del giornalaio.
Insieme erano arrivati in alto, più in alto di quanto potessero mai immaginare.
Era pronto. Un bel respiro, occhi chiusi, chiappe strette e il gioco era fatto.
Adesso che non c’era più…

- “Uno due e noooo!!! Maledetti piccioni incontinenti, ve lo chiudo io lo sfintere, bastardi!”

Cadeva.
Sfrecciò lungo il profilo dell’edificio superando una finestra dopo l’altra. Il guardialinee, affacciato ad una di queste, lo minacciava agitando le braccia sopra la testa. Dalle vetrate a destra riusciva a vedere il colosso avversario che lo inseguiva saltando i gradini a quattro alla volta. Gli regalò un sorriso e gli mostrò il medio. Non erano più quattro adesso; otto alla volta. Non riuscì a raggiungerlo comunque, Giana era troppo veloce. La tenda era vicina, sempre più vicina, sempre di più, sempre di più e goal!
1 a 0 per Gianandrea, e vai!

- “Ci scusiamo, con la gentile clientela, per gli inconvenienti causati durante la fase d’atterraggio. Le condizioni atmosferiche, purtroppo, non erano delle migliori. Vi auguriamo una buona permanenza e arrivederci al prossimo volo!”

Si congedò dallo stuart ariano che gli stritolava la mano mostrando la sua perfetta dentatura e si diresse svelto verso la macchina.

Delirio Notturno

E' notte fonda. La luna è una fessura. Come gli occhi di chi si è alzato col pensiero del gas aperto. La macchina assai scassata borbotta. La marmitta mormora il suo disappunto e il sedile fischietta allegro sotto il suo sedere. Dalla cappottina che non ha mai riparato arriva un vento gelido che taglia in due la testa. Ci vorrebbe un cappello, un bel cappello. Non riusciva ad evitare i tombini. Ad ogni buca un volo e poi un botto. A seguire un urlo e una bestemmia. Ad ogni buca di nuove e di originali. La radio raglia masticando la sua cassetta preferita. Poteva sentire il nastro girare a fatica, sembrava soffrire. Era preoccupato, è l’unica copia che ha.
Si guardava in giro ma non vedeva nessuno. Si sentiva un superstite. L’unico di una fulminante guerra atomica. Un dito su un pulsante e boom! tutti giù per terra. Tranne lui, il solo in piedi, a sfidare impavido il suo destino: ripopolare la terra! Ma con chi? O mio dio le donne! Non c’erano più le donne! Il sogno non lo divertiva più. Lo abbandonò all’angolo della strada, di fronte al civico 22.
Non aveva nessuna idea precisa di dove andare o di cosa fare, ma gli andava di guidare. Tornare a casa non era in questione, non aveva per niente sonno. Avrebbe mangiato volentieri qualcosa ma gli mancavano pure i soldi. Fermò l’auto di botto e iniziò a frugare, dappertutto. Si accorse di essere in piena corsia di sorpasso ma continuò a scavare nel buio. Controllava ogni insenatura, infilava le dita ovunque; fessure fessurine fessurette. Lo trovò quasi eccitante ma niente, neanche cento lire, solo una forcina. Ma di chi? Risalì in macchina, grattò la prima e partì in seconda. Alla quarta si accese una sigaretta. La prima boccata gli strizzò le budella. Avrebbe dovuto smettere, se lo proponeva ogni volta, “questa è l’ultima”, ma che ci poteva fare; gli piaceva quella signorinella in bianco che si strusciava languida sulle sue falangi.
Aveva tempo per pensare, per osservare. Era tutto così preciso e nitido. Sembrava disegnato a china. La pioggia del pomeriggio aveva reso i contorni più chiari come li avesse lavati.
Conosceva a memoria quei posti. Se fosse stato un poeta avrebbe detto che, nonostante gli fossero tanto familiari, ogni volta scopriva qualcosa di nuovo, un particolare in più che prima gli era sfuggito. Ma non era così, non c’era niente che non avesse già visto. Non un cortile, un giardino, un portone, una vetrina, un’insegna, un albero, una finestra, una grondaia o una scala che non ricordasse. E gli piaceva. Si sentiva come a casa. Sapeva tutto. Anticipava le curve preciso, meccanico, perfetto, come quando scivolava tra le coperte.
A volte, in quelle circostanze, gli capita che un pugno di gioia lo colpisse dritto dritto alla bocca dello stomaco. Toglieva il fiato. Boccheggiava, annaspava, emetteva stridule frequenze e un sorrisetto stupido gli si sedeva sulla faccia. Vagheggiava e per brevi istanti gli sembrava di intuire la beatitudine dell'esistenza. Non sapeva cos’era ma era bello. Pareva un salto, un balzo iperbolico nel vuoto bulimico delle sue budella. E si sentiva strano. Come se un circo di pulci stesse provando lo spettacolo di punta nel suo cervello. Era una gran confusione, una rumba di emozioni, una shakerata di pensieri. Le sensazioni si dimenavano sulla pelle come le chiappe di una ballerina brasiliana al carnevale di Rio. Ma lo show era breve come un carosello e la lampada risucchiava presto il suo genio come fosse caffè.
A volte, in quelle circostanze, si era fatto uno spinello prima di uscire. Quella sera no, era sano e puro come mamma l’aveva fatto. Ma quanto tempo era passato da quando mamma l’aveva fatto? Era ciccia e capelli allora. Scomparsi entrambi adesso. Chi l’ha visti?
“Questa sera la puntata è dedicata a un caso strano, particolare; se vogliamo, anche anomalo. Non era mai successo prima in questa trasmissione, ma ci è sembrato giusto accogliere la strana richiesta di un nostro giovane telespettatore che ci ha mandato questa commovente e, a tratti, struggente lettera in cui ci confessa il suo caso. Un caso umano! Ebbene, questa sera tenteremo di recuperare delle informazioni che speriamo preziose per rintracciare la ciccia e i capelli di Gianandrea Occhivivi. Si, avete capito bene: la ciccia e i capelli. Gli unici indizi, in nostro possesso, sono che la ciccia è quella di un infante di pelle bianca, di circa tre chili e mezzo e con un neo sulla natica destra. Per quanto riguarda i capelli sappiamo ancor meno. Possiamo, infatti, solamente dirvi che sono castani, leggermente ondulati e con la riga a sinistra. Anche la data e il luogo dove sono stati visti per l’ultima volta sono avvolti nel mistero. Una cosa è certa però; da allora, il nostro giovane amico non si sente più lo stesso, un soffocante senso d’incompletezza segna col timbro dell’insoddisfazione ogni sua singola giornata. È giunto il momento, quindi, di rivolgere a voi, cari tele-amici e care tele-amiche, il nostro più accorato appello: se chiunque di voi avesse anche la più piccola o insignificante notizia che ci possa aiutare, a fare un passo in più, per risolvere questo insolito, ma nello stesso tempo, non meno triste caso degli altri, che abbiamo affrontato in passato, vi preghiamo di telefonarci al numero in sovrimpressione. Vi prego: dateci una mano! Aiutate Gianandrea! Perché ricordate: oggi è toccata a lui, ma domani potrebbe capitare a voi. Arrivederci! Alla prossima puntata!”
Si accostò al marciapiede. Aprì lo sportello e sollevò il sedile. Fece scendere presentatore e cameraman al civico 36, porse loro la mano, un saluto, e sgommò via.
Era di nuovo solo. Sopracciglia e tempie congelate. Non ne poteva più, si fermò. La fermata del 24 era vicina.
Salì.
Scivolò sul sedile arancione e duro, accanto al conducente, e vi si accartocciò sopra. L’arancione era il colore degli autobus. Non aveva dubbi. Gli apparteneva. C’era anche nel tramonto si, ma poi cambiava. Lì, invece, era sempre lo stesso. Era il suo posto naturale. Davanti a lui due marocchini lo fissavano. Probabilmente erano bangladesi, avevano “un non so che” di effemminato. Comunque erano scuri e per lui rimanevano marocchini. Ma come facevano lontani da casa e soli. Non piangevano tutte le sere? Lui lo avrebbe fatto.
“Uno due tre isati!” Un vecchio si incitava a salire gli enormi gradini. Al posto degli occhi aveva due buchi di dita sulla sabbia bagnata. Aridi solchi gli incidevano il viso come un campo arato. Lui da quant’è che non piangeva? Da quando era morta la sua mucca adorata: Cremolina. Oh! Cremolina! Dov’è finito il tempo in cui strofinavi sull’ispido muso del tuo premuroso padrone la tua coda graziosa mentre vi incastravate in proibite effusioni? La vide sfocare davanti al civico 84, piangente e depressa, mentre svoltavano per il viale principale.
Di fronte alle portiere di discesa c’erano due ragazzi. Si accarezzavano, nel loro sogno d’amore così poco privato, agganciati ad una sbarra che non smetteva d’impicciarsi dei fatti loro. Decise di farlo anche lui, complice scaltro ma discreto. Impuntò i piedi, si risollevò sulla schiena, fece scronc ma continuò. Fermo e immobile roteava solo le pupille. Guardava tutti ma non guardava nessuno. Bravissimo, un agente superspecializzato e supercazzuto. Nessuno si accorse di niente, i due continuavano a baciarsi. Lei era proprio un amore. Stava sospesa sulle punte di due piedini che c’era da chiedersi come facevano a sorreggerla. Le braccia le pendevano impiccate all’estremità delle spalle e la schiena le si curvava all’indietro offrendo il sesso e i seni pieni in un arcobaleno di peccaminose tentazioni. Lui la cingeva all’altezza dei lombi trafiggendola con la grettezza della sua carne. Le sue mani sbavanti la percorrevano come un cane in cerca dell’osso e la meschina pesantezza del suo corpo incombeva sulla seducente leggerezza di lei. Lo odiava! Doveva intervenire, porre fine a quella turpitudine. Aveva già visto abbastanza. Si alzò e barcollante si diresse verso di loro. Ma non era facile proseguire tra i sobbalzi dell’autobus e per poco non cascò. Arpionò l’obliteratrice e ci si legò saldamente. Si girò fulmineo per controllare se qualcuno avesse visto la scena.
Tutti! E continuavano a fissarlo. I due marocchini si scambiavano battutine in una lingua assurda tenendosi per mano (non si sbagliava allora!). Il vecchietto lo apostrofò con un ritornello stonato e petulante: “uno due tre isati!”. La spregiudicata coppia di amanti si gustava divertita la brillante parodia del loro abbraccio di cui Gianandrea e l’obliteratrice erano protagonisti.
Scese.

la Telefonata

"Esco con Giulia, puoi non credermi ma è così". Esattamente tra trentasette minuti, non uno in più non uno in meno, scenderò da casa ripulito e tronfio. Mi catapulterò in macchina, imposterò lo stereo ad un volume improponibile ad orecchio umano, per galvanizzarmi un po’ ,e percorrerò la circonvallazione. Al cavalcavia svolterò per via Garibaldi, mi unirò ai suoi e li lascerò al semaforo per imboccare via Giulio Cesare. Con lui proseguirò, in assetto falange romana, sino a che la strada non si spaccherà in due tronconi. Mi si proporranno due alternative: via Camillo Benso di Cavour e corso Bartolomeo Diaz. Il dubbio non albergherà nel mio cuore, l’asfalto di Bartolomeo accoglierà le mie ruote. Giunto sulla costa sterzerò per via Vasco de Gama, lo accompagnerò nel suo viaggio per un tratto fiancheggiando il porto. Controsenzerò in vicolo Giovanni da Verrazzano. Proseguirò per viale Colombo in compagnia della Pinta, la Nina e la Santa Maria, circumnavigherò piazza Magellano, oltrepasserò cortile Vasco Nunez de Balboa, risalirò lungo corso Amerigo Vespucci, rallenterò all’altezza della statua di Marco Polo e parcheggerò il mio mezzo davanti al suo cancello. Lì mi renderò conto che facevo prima continuando per la circonvallazione, ma il pensiero della benzina consumata non mi sfiorerà, il panico avrà già otturato le mie viscere. Raggomitolerò le parole da usare, racimolerò l’ultima stilla di coraggio, solleverò l’indice, premerò il pulsante del citofono e sarà fatta.

in Discoteca

Il letto della strada era largo al massimo un paio di metri, giusto per una macchina guidata con cautela. I marciapiedi, da entrambi i lati, ridotti a croste di parmigiano; come inghiottiti dai palazzi stessi. Come se questi ultimi volessero avvicinarsi l’uno all’altro. Giana guardava e immaginava. Immaginava la struggente ed impossibile storia d’amore tra i due edifici. A sinistra una bella ed attraente palazzina del periodo fascista. Fredda e distaccata. Non molto alta, quattro piani al massimo. Intonacata di candido bianco con smorfiose serrande celesti. Precisa e razionale in ogni tratto. Unica concessione alla civetteria una graziosa parabola che le pendeva, come un orecchino, dalla parete sinistra. A destra un vetusto ma aggraziato palazzo della seconda metà del settecento. Un nobile decaduto. Inciso dal tempo ma orgoglioso ed impettito. Più alto di lei di un piano. Un po’ serioso nelle sue esatte proporzioni. Indossava disinvolto un elegante frontespizio come fosse un papillon. La loro storia doveva essere cominciata molti anni prima che lui nascesse. Si amavano di un amore vero, sincero, profondo. Con stabili fondamenta. Un amore costruito piano piano. Piano per piano. Fatto di languidi sguardi, sospiri sommessi, brevi sfioramenti di consumate lenzuola in balia del vento. Messaggi di miele trasportati da grassi piccioni attraverso acciaccate grondaie. Inverno dopo inverno. Stagione dopo stagione. Ma, ahimè! lui stava per morire. Il nuovo non poteva attendere. Cinici appalti fiatavano sul suo collo. Presto, un gelido supermercato lo avrebbe rimpiazzato. Un moderno e tecnologico edificio, con parcheggio sotterraneo, sarebbe sorto dalle sue ceneri. Cosa ne sarebbe stato del loro amore? Dei loro sogni? Dei loro progetti? Cosa fare? Un bacio. Almeno uno, giuramento di eterna fedeltà, dovevano darselo, prima che fosse troppo tardi. Ecco a cosa stava assistendo. Alla straziante e lenta corsa di due infelici amanti che si opponevano, disperatamente, ad un fato avverso e meschino.
Si commosse.
Angelo aveva accelerato il passo e gli urlava di fare altrettanto. Ma Gianandrea non aveva nessuna fretta di arrivare. Avrebbe preferito di gran lunga continuare a passeggiare per quei vicoli parlanti.
Quattro passi di notte fanno sempre piacere. Di giorno vanno tutti per i fatti loro mentre di notte sembrano cercare la stessa cosa. Col buio la città è più bella. Come dice Lorenzo. Ogni angolo in ombra acquista in fascino. Magari di giorno ci vedi solo le pisciate dei cani, e, invece di notte ci vedi il mistero, la scena di un film, una storia da raccontare, un posto dove appartarsi. È tutto più teatrale. Basta una panchina, un lampione con il neon balbuziente, dei panni stesi a far da fondale e il palco è pronto. Le battute non sono un problema, vengono da sé.

- “Porcatro… ma vaffan… ma che ca… ma porcapu… ma vaffan…!”

Aveva centrato in pieno una cacca di cane prodigiosa. Più grossa del suo piede. La scarpa ci sprofondava dentro come la salsiccia nella polenta. Densa, grumosa e con delle piccole venature verde marcio che ne rigavano la superficie. Ma che gli davano da mangiare a quella povera bestia. Doveva essere un cane gigantesco. Pensò che era stato meglio imbattersi nella sua melmosa “creatura” che incontrarlo di persona. Era stato fortunato. Cominciò a strofinare il piede sull’asfalto, poi vide un cumulo di calce e ci ficcò il piede dentro. Angelo aveva proseguito sino a scomparire dietro alle auto parcheggiate. Gli urlò dietro ma le sue parole lo mancarono infrangendosi contro un parabrezza. La situazione era peggiorata. Un essere alieno divorava, adesso, la sua suola. Aveva creato un mostro. La calce le aveva dato consistenza e aumentato considerevolmente il volume. La gamba destra era diventata più lunga della sinistra. Zoppicava. Le bestemmie si slanciarono contro il cielo e le nuvole tremarono. Era quel che voleva, solo la pioggia poteva salvarlo. E pioggia fu. Troppa pioggia. A catinelle, secchiate di pioggia. Un “diluvio personale”. Pareva che il mare si fosse sollevato sopra la sua testa e poi gettato a peso morto. Prese a correre. Il polpettone che aveva sotto il piede cominciò ad ammorbidirsi e ad ogni salto se ne staccava un pezzetto. Svoltò l’angolo e una voce lo colpì alla nuca. Era Angelo che lo chiamava dall’ingresso del locale facendogli segno di raggiungerlo.

- “La serata volge al meglio! Eh! Ancelo!?!”

Una pistola! Aveva bisogno di una pistola. Voleva ucciderlo. Avrebbe sparato a lui e tutti quelli lo guardavano, poi sarebbe tornato a casa e avrebbe massacrato anche la sua famiglia. Una notte piena di emozioni.

- “ Come faremo ad entrare? Ci vogliono gli inviti.”

Era già pronto. I pugni ben stretti gli premevano sulle cosce come macigni. Doveva solo dire: “mi dispiace, ma non possiamo entrare”. Giana non aspettava altro. Gli sarebbe saltato addosso come un ossesso, ruggendo e sbavando, conficcandogli le unghie nel collo sino a sentire il battito della sua carotide sui polpastrelli.

- “Domenico? E da dove spunta fuori? Una vita che non lo vedo.”

Si ripresentava, sull’orizzonte sbiadito delle sue conoscenze, una di quelle persone che fai presto a dimenticare: Domenico Mattarelli. Quel tipo d’individuo, e ne esiste almeno uno nella vita di tutti, che ha un lavoro che daresti una mano, una casa che daresti l’altra mano, una fidanzata che bè! le mani per terra applaudono. L’eterno rappresentante d’istituto. Una di quelli che sembrano avere il destino scritto nelle stelle. Un destino fatto di successi e pochi rimpianti. Quello con carisma, che ha le mani in pasta dappertutto, l’intrallazzatore che conosce qualcuno ovunque va. Di lui si sa solo quello che fa non quello che è. Magari dentro ha tutto un suo universo, più o meno complicato, ma tanto lui sarà sempre “quello che ti fa entrare”. Giana non sarebbe stato mai come lui. Non ci aveva il carattere. Lui sapeva sempre cosa dire. Aveva la battuta pronta. Ti sapeva portare dalla sua. Uno di quelli con la parlantina, che ti raggira, ti abbindola. Un affabulatore. Era amico di tutti, lui.
Si avvicinò ad Angelo, si tirò sulle punte e gli sussurrò all’orecchio complici confidenze:

- “Aspettami qua, vado a pisciare.”

Sentendosi in colpa per la serata che gli stava facendo passare, pensò bene di sdebitarsi indicando il vicolo dove l’aveva fatta lui poco prima. Non sentendosi soddisfatto aggiunse, ad alta voce, commenti d’apprezzamento alla propria prestazione urinaria. Si voltarono tutti. Giana dovette subire una mitragliata di sguardi e sorrisetti mentre si allontanava.
La pistola. Decise che era giunto il momento di comprarne una.
Il posto era dei migliori. Lontano da sguardi indiscreti, nascosto da un bidone per l’immondizia, riparato da un contrafforte di sostegno che sbucava dalla parete, come le vertebre dalla schiena di un vecchio, e buio. Pareva fatto apposta. Estrasse l’attrezzo, si piantò saldo sulle gambe, mollò la testa all’indietro e ah! Catarsi! Quando guardò giù, per terra, per constatare il frutto del suo godimento, si accorse della macchia lasciata da Angelo. Ci era finito sopra. Incredibile! Non aveva esagerato. Come era possibile? Da disidratazione! Su uno dei rivoli, che si erano formati, veleggiava, persino, una cicca di sigaretta. Ne seguì la corsa sino a quando non scomparve in un tombino ad una decina di metri da lui. In confronto la sua era uno schizzo di sugo sulla camicia. Si guardò il coso e gli fece pena. Era lì. Tra pollice ed indice, a domandarsi chi fossero quegli estranei che lo scuotevano. Infreddolito e bagnato all’estremità. Ogni volta era sempre la stessa storia. Non riusciva mai a sbarazzarsi dell’ultima goccia. Poteva percuoterlo, dondolarlo, stantuffarlo ma l’unico risultato era un’imprevista rigidità che suggeriva altre manipolazioni. Ma non era né il posto né il momento adatto per certe cose. E la goccia era sempre lì, appesa. Affacciata a scrutare il mondo. Come in visita.
Richiuse bottega, provò un’umida sensazione sulla coscia e tornò da Ancelo.
Il cielo era di nuovo asciutto. La folla che poco prima si riparava sotto la tettoia, come api sull’alveare, adesso si era diluita nella strada. Si sentiva osservato comunque. Aveva un brutto presentimento. Si guardò sotto la cinta e capì. Una vistoso alone scuro lo cingeva all’altezza del coso come un’aureola.
La pistola. Dov’era quella dannata pistola. Doveva spararsi.
Sbuffò come chi ha caldo, si ventilò il viso con la mano per accentuarne l’effetto e tirò fuori la camicia dai pantaloni. Il problema era risolto. Si sentì risollevato, guardò in giro in cerca di Angelo, lo trovò e si diresse verso di lui.

- “Bei reni Ancelo! Complimenti!”

Cominciarono a ridere come dei bambini e la tensione si stemperò.


- “Ma quando arriva però! Comincio ad avere i brividi.”

Due spalle si sollevarono a dargli risposta, come a dire: boh? Rimase tranquillo, non gli interessava.
Era pieno di donne. Quel posto che non frequentava mai era pieno di donne. Ecco dove erano finite. Belle bellissime bellissimissime. Si lanciò in un flipper di ammiccamenti saltellando da una bocca all’altra, scivolando su curve generose e insinuandosi in sfacciate trasparenze. Le scartava, ad una ad una, come cioccolatini. Buone buonissime buonissimissime. Cercò d’imprimere il maggior numero di quei corpi nella memoria. Temperava lo sguardo e annotava i particolari. Ma erano tante, troppe. Si svestì dei suoi abiti bagnati ed indossò quelli del vecchio Zeusi. Derubando le donne che aveva di fronte dei loro tesori più preziosi avrebbe dipinto una novella Elena. Bella, la più bella di tutte, la donna dei suoi sogni. E l’avrebbe posseduta, quella notte stessa.
Il suo nome e una sinfonia di risate lo colsero alle spalle.
Era arrivato Domenico. Alto come un segnale di precedenza e brutto bruttissimo bruttissimissimo. Non ne aveva voglia ma fece uno sforzo. Accordò le corde del suo sorriso e lo accolse con la sua stessa melodia. Solo un semitono più basso.

- “Ciao! Come stai? È da tanto che non ci vediamo. Quanto sarà? Cinque o sei anni? Ti trovo sempre lo stesso.”

Voleva concludere i convenevoli il più presto possibile. Nulla di ciò che avrebbe potuto dire poteva riesumare il suo interesse. Quelle parole, sparate a salve, gli risultavano insopportabili. Lo odiava, perché lo costringeva a stare al suo gioco. Odiava se stesso, perché accettava le carte e rilanciava con una coppia di sette. Bluffava! Certo, sapeva anche lui di non poter cominciare una conversazione con argomenti del tipo: “ciao, cosa ne pensi della morte?” Oppure: “ti trovo sempre lo stesso ma, in confidenza, ti senti più un Platonico o più un Aristotelico?” Non era il caso. Anche perché saperlo gli cambiava poco.
E così continuarono a sfidarsi, impavidi, a chi faceva la domanda più ovvia e banale. Vinse lui. Giunti al tema università Giana depose le armi. Il suo coraggio si dileguò come le tenebre al canto del gallo.

- “Non c’è male. Si va avanti. E tu?”

Ultimo temerario slancio di orgoglio. Una bugia. Ma grande grandissima grandissimissima. Rapida come una saetta, e subito un’altra domanda. Volè.

- “Ma va? Uno come te? Devo essere sincero, non me lo aspettavo. Avrei messo la mano sul fuoco che tu saresti stato uno dei primi a laurearti.”

Surprise! Un riparo imprevisto in una notte buia e tempestosa. Anche lui vagava bendato in cerca di una laurea appesa ad un filo, come in una fiera di paese. Pure lui sospeso nel limbo delle decisioni. Costretto nel purgatorio degli incerti. Era come lui. Ma guarda un po’, uno si fa un’idea di una persona e poi, invece, si rileva totalmente sballata. Gli era molto più simpatico, ora.

- “Mi fa proprio piacere vederti. È un sollievo sapere che non si è gli unici. Ci sono troppi superman in giro, mi sentivo Will Coyote. Il solo sfigato…”

Alt! Precipitosa conclusione. Oltre a far finta di studiare era impegnato in tante altre cose e ci teneva a farlo sapere. Non erano poi così tanto uguali. Gianandrea faceva finta e basta. Non risuonava eco di passioni nella sua cassa toracica.

- “…hai mille attività quindi? Non ti fermi un attimo come allora. Sempre impegnato a trovare un modo per occupare le giornate…”

Non si cambia mai!

- “…scusa, mi sono espresso male. Non dubito assolutamente che tu non creda in quello che fai. Non dare peso alle mie parole, sono dette così…per dar fiato alla bocca.”

Era morto. Anche lui. Nato e subito morto. Più breve di una farfalla, effimero più di una rosa. L’attenzione offerta a Domenico durò giusto il tempo di un caffè. Stava già scomparendo davanti ai suoi occhi. Non poteva avere nulla a che fare con uno del genere. Con l’uomo dai sani principi. Con il paladino dell’impegno sociale. Col William Wallace nostrano. Lo sapeva, non sbagliava mai nei giudizi. Gli era molto meno simpatico, adesso.

- “…entriamo?”

Si era offeso, lui. Era più sollevato, Giana. Meglio evitare inutili polemiche.
Si diressero verso l’ingresso. Era contento. Almeno tra la folla, la confusione e la musica non sarebbe stato necessario chiacchierare ancora. Come prevedibile, prima, dovette però assistere ad un altro rituale sociale. La cerimonia dei saluti: “ciao! Come stai? Ti trovo benissimo, ci vediamo dentro”. Stesse parole e stesso ordine per tutti. Con le donne in tono più mellifluo, con gli uomini accompagnato da un corollario di pacche sulle spalle. Ma si può?
L’insegna del locale era bella. Bradley hand il carattere, nero il colore, ferro battuto il materiale. Illuminata da una luce che non si riusciva a capire da dove provenisse. All’ingresso i buttafuori. Proporzioni: una gamba loro – tre delle sue. Professionalmente rozzi. Non fecero storie per farli entrare. Domenico gli si avvicinò bisbigliando qualcosa che Giana non afferrò. Li spinsero dentro guardandosi intorno come fossero della CIA o del KGB. Si sentiva una star protetto dalle sue guardie del corpo, si girò e seminò il sorriso sui volti di coloro che rimasero fuori.
Dentro l’inferno. Peggio che a mare, neppure Dante possedeva parole per descriverlo. Era pieno come un uovo. La poca aria stuprata da centinaia di bocche. Lo spazio calpestabile puntualmente calpestato. Accendersi una sigaretta impossibile. La diaspora con i suoi compagni inevitabile. Lo prese il panico. Non sapeva che fare, gli pareva la sua fine. Neanche la pistola sarebbe servita a niente, non avrebbe avuto modo di sollevarla. Fu allora che la sua mente geniale partorì una di quelle idee che lo ergevano al di sopra dell’uomo comune, che gli suggerivano una sua divina discendenza, che avrebbe voluto baciarsi, coccolarsi, amarsi.
Prese a starnutire. E varco fu, quasi che Mosè ispirasse i suoi gesti. La gente si allontanava disgustata e Giana intraprese il suo profetico cammino. Ma più avanzava e più le fila si facevano serrate. Ad ogni passo che compiva veniva sottratta una possibilità di movimento. Sino a quando fù costretto all’immobilità, alla totale accondiscendenza al dondolarsi della folla. Poco male, comprese ben presto come trarne vantaggio. Un splendido culetto, piccolo, tondo e nevrotico, dondolava proprio lì, sul suo gingillo. Come una gattina che fa le fusa. Wow! Una mano invisibile gli piegò le labbra in un sogghigno malizioso. Si lasciò andare anche lui. Cominciò a vibrare, a scuotersi, ad ondeggiare il bacino. Si eccitò. Chissà se riusciva a sentire dietro di sé quel suo rigido stato d’animo. Si! Si che lo sentiva, e le piaceva anche. Ci avrebbe messo la mano sul fuoco. Continuò. Due seni minacciosi lo puntarono alle spalle. Nonostante i vestiti poteva sentirne i capezzoli che lo trafiggevano all’altezza delle scapole. Era il paradiso. Sapeva che c’era. Doveva esserci. E lui l’avevo trovato, finalmente. In quel posto dove non era mai stato. In quel posto che aveva sempre criticato. In quel posto che aveva ostinatamente disprezzato. In quel posto dove non l’avrebbe mai cercato.







Angelo doveva saperlo. Anche lui aveva il diritto di godere di tutto quello. Cercò di voltarsi per cercarlo, non fù facile ma alla fine si divincolò. Si ritrovò faccia a faccia con la ragazza che gli premeva le mammelle sulla schiena e che adesso gli ferivano il petto. Dora Maar, ritratta dalle mani visionarie di Picasso lo guardava dritto negli occhi, stantuffava le palpebre e ciondolava la testa. Non riuscì a dissimulare la delusione sul volto che si contrasse in una smorfia. Forse non era proprio il paradiso, ma magari il purgatorio. Rovistò nel buio intermittente della sala e riconobbe il viso di Angelo contratto nella sua stessa identica maniera. Tirò un sospiro di sollievo ma si accorse che qualcosa non andava. Una spiacevole sensazione ansimava dietro di lui. Un brivido risalì lungo la spina dorsale sibilando ad ogni vertebra. Sgranò gli occhi e un’intuizione si schiantò sulla fronte come un treno in corsa. Qualcosa si era poggiato sul suo fondoschiena, come volesse origliare. Non poteva crederci. Ma quale paradiso, all’inferno era capitato. Voleva girarsi ma non ci riusciva. Era terrorizzato. Trattenne il fiato e si concentrò per ricevere maggiori indicazioni dal sedere. Come temeva, non si era sbagliato. Non era un mazzo di chiavi quello che sentiva.
La pistola! Perché nessuno gli dava quella fottutissima pistola!
La gattina, che poco prima faceva le fusa, in realtà era un gattino ben camuffato. Del tutto uguale ad una donna, se non per quel piccolo particolare. E che donna! La bocca, il seno, le mani, i fianchi, tutto al posto giusto. Tranne quello. Si sentì svenire. Voleva piangere. Stava per farlo quando una mano gli afferrò il trapezio facendolo sussultare. Ci mancava poco che il cuore gli schizzasse via come una saponetta.

- “Chi è? Ah! Ancelo sei tu, meno male!”

Gli chiese cosa aveva, sinceramente preoccupato. Ma a Giana non andava di dare spiegazioni. Era troppo scosso per allacciare le corde della sintassi. Solo parole slegate, poche come le stelle in una piovosa notte d’inverno in città: “andiamo”, “vomito”, “dio”, “dietro”, “pistola”, “andiamo”. Si fece largo a gomitate e conquistò uno spazio tutto suo vicino ai bagni. Il puzzo era insopportabile, qualcuno aveva sicuramente vomitato prima di raggiungere la tazza. Sollevò la testa per sincerarsi che “quello là” non lo avesse seguito. Nessuno. La gente continuava a divertirsi e a lui nessuno ci pensava. A chi poteva interessare quello che gli era successo? Ci erano abituati, loro. Ci andavano per questo, loro. “E cosa ci faccio io?” si chiese Gianandrea perplesso. La risposta era lì, davanti a lui, l’afferrò per il bavero e sputò la sua ira sulla sua stupida espressione.

- “Via! Voglio andare via Ancelo! Subito! Mi hai capito? Subito!”

No! Un “No” secco, preciso, lapidario, indemolibile, quasi bello. Pareva un trono. Questa fu la sua risposta. Lo gelò all’istante. Era impazzito. Doveva succedere prima o poi, Giana l’aveva sempre saputo del resto, era quello il motivo per cui l’aveva scelto.

- “Ma sei cretino? Non ho intenzione di rimanerci un minuto di più qui dentro. Andiamo via…con tutti i posti che ci sono, proprio in questo…?”

Era una bugia sfacciata, spudorata, vergognosa, da rosso Tiziano. Lo sapeva benissimo ma non voleva dargliela vinta.

- “Smettiamola di fare i pecoroni. Ma non ti avrò sopravvalutato? Mi hai deluso!”

Stava già cedendo. Il tono della voce ne era prova inconfutabile. La stessa di sua madre quando le chiedeva i soldi per uscire la sera. “Sanguisuga!”, “Io esisto solo in questi momenti…ma quando metterai la testa sulle spalle”, nel mentre un paio di cinquini erano già ben stesi sul tavolo della cucina.
- “Va bene! Come vuoi tu, continuiamo ad annusare le ascelle delle persone. Hai vinto. Bravo…clap - clap…ti faccio pure l’applauso.”

Ah! Che soddisfazione dire l’ultima parola. Mettere i punti e lasciare all’altro solo le virgole. Lo sfidò schiaffeggiandolo con un’occhiataccia e voltò i tacchi. Da lì al bagno erano pochi passi, li raccolse e vi entrò. Magari vomitava anche lui.
Era pulito, pulitissimo, pulitissimissimo! Neanche casa sua, a natale e con la madre prima dell’ernia. Lo stupore lo raggiunse in quell’angolo di mondo, tra un lavandino e un portasciugamani vuoto. Luccicava che era una meraviglia. Le mattonelle, verde mare, giocavano con la sua immagine facendola rimbalzare secondo precise angolazioni. Si divertì a seguirla per un po’ sino a quando non raggiunse lo specchio appeso sopra al rubinetto.

- “Ciao! Come stai?”

Era come incontrare un vecchio amico. Parlarsi gli sembrò naturale.

- “Ti trovo in forma. Mi fa piacere. Anche tu qui a concederti una pausa? Ti capisco, là fuori le donne sono assatanate, non ti mollano un attimo neanche se le maltratti.”

E com’era piacevole parlarsi.

- “Ti confesso un cosa; sono sempre stato un po’ geloso di te. Del tuo carisma, della tua personalità, del tuo ascendente sulle donne.”

Poteva essere sincero con lui. Niente segreti, niente peli sulla lingua.

- “Come fai? La bellezza non basta, lo so. Ma allora cos’hai più di me? Dimmelo!”
Rimase muto come uno scemo, a fissare il suo dito che lo minacciava. La tensione montava come lo zabaione, insopportabile. Non capiva quel che diceva, faceva lo gnorri. Stava per afferrarlo quando si accorse che qualcuno minacciava la sua privacy. La maniglia, della porta d’ingresso del bagno di quel locale nel quale non era mai entrato e nel quale non avrebbe mai più messo piede e se ce l’aveva messo quella volta era stato solo per accontentare quello stupido del suo amico la cui unica parola pronunciata quella sera era stata un “No”, si stava muovendo. Il panico lo trovò nello stesso posto dove lo aveva raggiunto lo stupore. Neanche si fossero consigliati. Non sapeva che fare. Chi era? Che voleva? E se lo avesse sentito? Ma no, la musica era troppo alta. Si, ma se fosse riuscito ugualmente a sentirlo? Che figura ci avrebbe fatto? Tirò la catena dello sciacquone, fece scorrere l’acqua del rubinetto e si aggrappò al lavandino. Lo scatto della serratura lo convinse che non c’era più niente da fare. Attese. Momenti interminabili si schierarono minacciosi davanti a lui. La porta si aprì come la lancetta dell’orologio; sempre in ritardo, sempre secondo. Centimetro dopo centimetro tendeva il suo arco. Da quella posizione la freccia lo avrebbe sicuramente centrato. Non c’era più niente da fare, da pensare, da escogitare. Il destino aveva deciso con che abito accoglierlo e adesso si aggiustava la cravatta. Era tutto stabilito, i fucili puntati e il grilletto sull’attenti. I rumori dell’esterno si erano già precipitati dentro in pompa magna, come la banda di paese prima dell’ingresso del sindaco. Il gran baccano lo precipitò in un bazar di confusione emotiva. Il cuore in gola tirava calci alle tonsille e urlava libertà. Tremava come una foglia d’autunno prima della picchiata. Ma doveva far qualcosa. Doveva! E allora decise di giocare d’anticipo, alla Blanc. “Che la forza sia con te” urlò dalle colline albeggianti della sua anima guerriera dove mille volte aveva combattuto e vinto sanguinose battaglie. Protese la mano in avanti, afferrò saldamente la maniglia e spalancò la porta d’ingresso del bagno di quel locale nel quale non era mai entrato e nel quale non avrebbe mai più messo piede e se ce l’aveva messo quella volta era stato solo per accontentare quello stupido del suo amico la cui unica parola pronunciata quella sera era stata un “No”. E “No” fu, di nuovo. Il suo questa volta. Strozzato, compresso, senza voce, prigioniero tra sterno e diaframma. Troppa forza nel suo braccio, troppo poca resistenza in quello dell’intruso. Lo scontro fù inevitabile. Il “gattino” gli stava sdraiato addosso come un tappeto. Più alto di lui di una testa e mezzo lo sovrastava riducendolo all’immobilità. Sentiva il peso del suo respiro affannato mentre la sua coscia, lunga, cercava riparo tra le sue, corte. Lo guardava teneramente e con dolcezza, mostrandogli lati del suo carattere che non conosceva. Lo amava, ma di un amore impossibile, come i due palazzi. Giana era dall’altra parte della strada e non aveva nessuna intenzione di attraversarla. Perché stava bene dov’era. Forse per abitudine o pigrizia. Non importava. Il suo domicilio era lì e gli inquilini simpatici. Chiamò a rapporto le sue energie e lo sollevò da sé il giusto per assestargli una ginocchiata sui cosiddetti. Questa volta fù lui a pronunciare il “No” che era rimasto nelle viscere di Gianandrea. Si chiuse su se stesso come un millepiedi. Lo vide contorcersi e dimenarsi sbavando dalla bocca. Gli aveva fatto male. Si avvicinò a lui preoccupato, ma quando pensò alle confidenze che si era preso col suo coso la rabbia poggiò la mano sulla sua spalla e lo fermò. Uscì dal bagno che si sentiva un’altra persona. La folla non gli faceva più paura, anzi, era come se lo acclamasse. Si scostava per farlo passare scortandolo con un coro di sussurri e sguardi d’intesa. Il “Picasso” dal seno generoso si fece avanti a mani congiunte e con occhi adoranti. La scostò con un gesto lento, elegante quasi ieratico. Non avrebbe condiviso quel momento con nessun altro al mondo, figuriamoci con lei. Per lui non esisteva. Ad ogni passo gustava una fetta di gloria, conquistava il suo posto in paradiso, si rivestiva della luce con la quale avrebbe illuminato il mondo. All’ingresso, una sagoma conosciuta lo osservava incuriosita. Era Angelo. Gli chiese un passaggio per il ritorno. Giana si rivolse a lui come un padre si rivolgerebbe ad un figlio; col volto sereno, disteso, ma l’espressione ferma, decisa.
Come lo schiudersi di una rosa al tiepido maggio, sbocciò così, naturalmente, il suo: “No”.

Arriva il Circo


Tutto diverso, un mondo nuovo, meraviglioso, ricco di promesse. Era così che gli appariva il futuro adesso. Un prestigiatore col suo bel berretto a sonagli in testa e un ventaglio di carte in una mano che ammiccando gli proponeva di sceglierne una. Un capannone di un circo itinerante nel quale avrebbe potuto fare ciò che voleva, diventare chiunque avesse voluto essere, o magari cambiare ogni giorno d’abito o se gli andava non esser proprio nessuno. Ed ecco a voi, signo’ e signo’, l’inimitabile e incontrastata stella del nostro spettacolo, Gianandrea Occhivivi, in compagnia del suo prodigioso amico: Caronte, il cane guercio. Che coppia straordinaria quei due, avrebbe commentato chi li avesse conosciuti. Sarebbe stato un largo sorriso sui volti stanchi dei suoi affezionati spettatori tra i pensieri lenti della sera prima di addormentarsi. Il suo sarebbe stato un programma ricco di sorprese e numeri avvincenti. Il lunedì avrebbe domato con audacia e mestiere gli artigli appuntiti della sua feroce ipocondria. Il martedì volteggiato sul trapezio della sua incrollabile stima in se stesso senza la rassicurante rete di scuse e giustificazioni di sempre. Il giovedì, nel cilindro capiente della speranza, avrebbe infilato paure, delusioni, amarezza e dubbi e con un gesto elegante, agitando il guanto bianco della fiducia, li avrebbe fatti svanire. Il venerdì, con scioltezza e precisione, avrebbe affrontato la fune delle sue nostalgie sorbendo il cocktail fresco dei progetti futuri, col mignolo all’insù e in bilico sulla punta di un piede solo. Il sabato, truccato di ironia, si sarebbe lanciato tra la gente col naso finto delle sue certezze traballando sulle scarpe gigantesche dell’autocritica. La domenica pomeriggio, invece, un numero sensazionale dedicato ai più piccini: in groppa al fedele Caronte, in un solo balzo avrebbe attraversato il cerchio infuocato del suo passato, superato le lame affilate di un pericoloso avvenire e infine sarebbe atterrato nel comodo sofà di un presente in miniatura, approntato, per l’occasione, al centro della pista. Mentre il mercoledì…bè! il mercoledì ci sono le partite di coppa in tv.
Era perfettamente cosciente di essere in balia di una delirante allucinazione ma non riusciva a smettere. Era così piacevole trastullarsi con quelle dolci fantasie. Le dita deambulavano pigre sul dorso peloso del cane accarezzando il sogno impossibile di un cambiamento che tardava ad arrivare. Puntuale, invece, l’erezione rosa che si celebrava tra le zampe posteriori di Caronte mentre la lingua appesa a un canino gli salivava commossa. Mancava solo qualcosa, o meglio qualcuno a quel domani così bello che germogliava come una ginestra nell’epicentro del suo cranio: LEI, il pensiero più costante della sua vita. Avrebbe dovuto saperlo che era cambiato, che era diventato una persona migliore, che gli erano spuntate le ali e adesso volava, che il suo sguardo, una volta incerto, aveva temperato la mira e ora puntava dritto davanti a sé. Si sarebbe finalmente accorta dell’errore che aveva fatto, e si sarebbe mangiata le mani, avrebbe urlato per la disperazione del tesoro che aveva perso e sarebbe tornata da lui, correndo. E Gianandrea? Come avrebbe reagito Gianandrea? Gianandrea la avrebbe accolta a braccia aperte, senza rancori e senza dubbi, ma con il ghigno, sospeso tra le labbra spremute, di chi per falsa modestia nasconde la gioia e l’orgoglio che una vittoria insperata gli produce. Come il goal dell’ex che si nega vanesio ai festeggiamenti in campo. Sarebbero nuovamente tornati insieme; lui e lei, lei e lui, lui lei e il cane, quasi un nucleo familiare. Decise che era il momento di avvertire Angelo di quegli incredibili propositi che gli apparivano già come compiuti. Serviva, poi, qualcuno che sancisse la legittimità di quella nuova unione e il suo amico più caro non poteva che essere il testimone ideale. Si risollevò da terra senza sforzo, con facilità e leggerezza, come se la gravità si fosse sottomessa alla sua forza interiore, e si diresse svelto verso la cabina telefonica che distava da lui pochi secondi da calpestare.

- “Ciao Ancelo, dove sei? Perfetto...ti chiamo là”.

Quali le parole più appropriate per annunciare la metamorfosi che intendeva intraprendere? In che modo comunicare all’amico di una vita che la propria esistenza è ad una svolta decisiva? Come coinvolgerlo in tutto questo?

- “Pronto...Ancelo ho una cosa da dir...no, prima ascolta...ma che dici...no, non mi va...è importante...per strada…si, a piedi...no, volevo fare due passi...ma che c’entra, ascoltami...non ne ho alcuna intenzione...sono cambiato...da solo, chi vuoi che ci sia...ci ho visto chiaro finalmen...ma sei pazzo? non vengo...ma mi ascolti...e chi sono?...non le conosco...mi è successa una cosa incredibi...sai bene che in quei posti non mi diverto...stavo camminando...adesso mi sto innervosendo...sono entrato...ti ho detto che non vengo...un vicolo strano...ci puoi andare da solo...e a quel punto ho capito...è inutile che insisti...come in un circo...e poi sono stanco...che un giorno sei...mi fanno male anche i piedi...e l’altro invece...non riuscirei a muovermi...così lei cambierà idea...non io, lei...quanto costa?...io, lei e il cane...l’ho trovato...che vuoi che ne sappia, un incrocio credo...tre anni forse...ma questo non ha importanza...niente collare...grazie a lui ho capito che...ci fa entrare gratis?...dovevo cambiare...ma tanto non vengo...e che cambiando me stesso...non mi piacciono le discoteche...lei tornerà da me...vai tu, io resterò qui un altro po’ e poi tornerò a casa insieme a Caron…”

Il rumore della cornetta, che disperata si suicidava impiccandosi all’apparecchio, fu brusco. Gianandrea spargeva il suo sguardo come olio, dappertutto, frugando tra le viscere di quel vicolo appena attraversato. Tornò sui suoi passi, sino al tempio dei rifiuti, vi rovistò dentro ma niente, Charlie Parker era svanito e l’Arizona dissolta nel nulla. La strada era ormai deserta, uguale a tutte le altre, vuota e senza senso. Caronte non c’era più. Qua e là qualche luce alle finestre si accendeva preoccupata per i rumori che dall’esterno agitavano la sua quiete. Giana, deluso e tradito, riprese l’altoparlante in mano, salvando la comunicazione da una morte certa, e mentre diceva…
- “Ti passo a prendere più tardi, pronto per le undici”.

Vide tra le ombre, qualche metro più in là, il caro Caronte. Trottava allegro, in compagnia di una cagnetta dall’aria superba e sofisticata, verso un mondo nuovo, meraviglioso, ricco di promesse.

Aperitivo nostalgia

- “qui, qui va bene, sediamoci qui”

Non è cambiato nulla, tutto come allora, allora come adesso. Terzo tavolo da sinistra, sotto una palma anoressica sconfitta da un sole implacabile che mi trafora cinicamente un occhio. Resisto stoico all’affondo, la pupilla mi diventa un puntino nero in mezzo all’incorruttibile fondo celeste dell’iride, un naufrago sperduto nell’interminabile vastità dell’oceano, una rondine lontana nel cielo sorridente di una primavera anticipata; che occhi! che sguardo! profondo, sincero, commovente, irresistibile.

- “dove vai?”

Non mi lasciare solo Ancelo. Non adesso, non in questo posto.

- “fai presto!”

Introduzione ed espulsione di sostanze organiche; ecco la sintesi fedele della sua vita. Ma si farà delle domande, si porrà dei dubbi? E dove le trova le risposte? In bagno?

- “salve! No, non ho ancora deciso…c’è un menù?…per farmi un’idea.”

Coi prezzi magari, che se no vi denuncio. Finanze disponibili: treuro e una combriccola di centesimi. Perfetti per un bicchiere di vino, bianco, freddo, secco, sofisticato e discreto, il resto mancia.

- “grazie!”

Però! carina la cameriera, una così dovrei ricordarmela. Magari c’era un’altra al posto suo, del resto è passato quasi un anno; chissà quante ne avranno cambiate! o magari era al letto con l’influenza o accudiva il figlio dei vicini che quella sera è stato un diavolaccio. Poverina! Saranno ancora validi i miei auguri di una pronta guarigione?

- “un bicchiere di vino sofisticato e discr…”

No!

- “cioè…scusi…volevo dire un secco fredd…”

O mio dio!

- “no! un bicchiere bianco…”

…e una pala robusta che mi sotterro qui, subito, sotto il tavolo.

- “un’aranciata…”

Il soggetto dimostra gravi difficoltà nell’esprimere correttamente i concetti più facili e si sospetta che tale incapacità si estenda anche all’area della comprensione. Anamnesi patologica remota: negativa. Cause accidentali non riscontrate. Diagnosi: afasia in rapida evoluzione. Causa: si sospetta una timidezza in stadio avanzato. Terapia: ricovero immediato!

- “…”

Dì qualcos’altro, qualsiasi cosa, non può finire così, mi guarda con disprezzo, falle un apprezzamento, chiedile l’ora, mi fissa ostile, si crede superiore, dille che la trovi carina, che ha dei capelli bellissimi, funziona sempre.

- “liscia!”
Ma non è mica whisky!?! Chiedila anche “doppia” magari, che così forse ti scambia per un uomo d’affari, se sono fortunato ci scappa pure l’appuntamento. Ovviamente offre tutto lei.

- “ma quanto ci mette Ancelo?”

Il caldo è insopportabile, non come quel giorno comunque, anche il posto non è proprio come prima, l’insegna non è più la stessa, è caduta la “e”. Un anno, è passato già un anno intero. Ed io sono di nuovo qua; stesso bar, stesso tavolo, stessa palma pigra. Tanto per pugnalarsi con la nostalgia. Era un giorno come gli altri, un po’ più caldo forse ma pur sempre come tutti gli altri passati insieme. Il mare, la spiaggia, le corse sulla sabbia, le risate, i dispetti, i sospiri, e Baglioni che ci dirigeva come in uno spot per i cornetti algida. Tutto perfetto, tutto unico. Io e lei. Lei e io. Non più. Quella “e” non c’è più; svanita, caduta, frantumata, svitata, fulminata come nell’insegna al neon, conservata, imballata, gettata, nascosta, dimenticata in un angolo buio dello scantinato in fondo al corridoio, di fronte al bagno dove Ancelo sta cercando le sue risposte.

- “grazie…ma avevo detto senza ghiaccio…liscia!”

Un piede del tavolo è più corto e la tazzina vibra al ritmo della sua gamba che tradisce un nervosismo che non mi spiego. Le braccia le avvolgono il petto e con i denti non la smette di mordersi le nocche delle dita. Un sole africano picchia sulle nostre teste esaltando l’azzurro dei miei occhi ma lei evita il mio sguardo. Fissa un punto lontano, poi ne fissa uno più vicino, fissa tutto e tutti, tranne me. Sono preoccupato.

- “qualcosa che non va? Sei stanca?”

La fronte si è increspata come il mare che ho alle spalle, per un attimo il suo corpo si è fermato, come in attesa di esplodere, poi ha ripreso a tremare sulle punte e a seviziare con gli incisivi la pelle delle falangi. Non resisto più; estraggo l’ultima sigaretta rimasta nel pacchetto, lo piego più e più volte, lo infilo sotto il tallone e premo. Mi chino sotto al tavolo e lo incastro sotto il piede zoppo. Finalmente fermo. Da qui la prospettiva si addolcisce. La gonna di leggero cotone bianco si agita tarantolata mostrando a intermittenza generose porzioni delle sue cosce. Dai polpacci tremanti franano stanchi granelli di sabbia ormai asciutta. Penso ad altro, immagini di grondante sensualità si accavallano affannose davanti ai miei occhi. E in un attimo rovescio il tavolo per terra, la afferro per un braccio la sollevo, le strappo i vestiti di dosso e la posseggo, lì, davanti a tutti. Ma poi mi accorgo che le sue gambe hanno smesso di vibrare e adesso poggiano ben salde sull’intera pianta dei piedi. Mi risollevo lentamente evitando di battere la testa. Piange. Un pianto strozzato, lento, garbato. Le lacrime le rigano le guance che mille volte ho baciato con estrema delicatezza, come le luci del mattino che scoprono il mondo, poco alla volta. Il suo volto ovale, tristemente illuminato, mi racconta di dubbi e incertezze che non ho mai incontrato, di difficoltà e paure che ho sempre evitato. La guardo con stupore. Perché piangi? Con ammirazione. Perché sei così bella? Con nostalgia. Perché ho già capito!

- “cos’è che non va? Se ho fatto qualcosa…io…”

E’ qui davanti a me, in un vestitino di leggero cotone bianco che a me piace tanto, sotto, il costume ancora umido, sulla pelle il sale brucia un po’, i capelli le cadono come depressi sulla fronte, e piange lei, piange disperata, piange per me, solo per me. Perché sa che quel che mi dirà sarà un urto, un respiro assassinato tra gola e sterno, un singhiozzo supposto e mai venuto al mondo, una lacrima urlata senza troppa convinzione. Mi ucciderà, proprio qui, sotto questa piccola palma che proprio non ce la fa a farmi ombra, e mi ucciderà piangendo, piangendo tutto il suo dolore, piangendo tutto il suo amore, piangendo la scomparsa di quella semplice “e” che adesso non c’è più.

- “no, ti prego, non andartene! Resta con me…almeno per oggi, non lasciarmi solo…ho bisogno di…”

Corre via il piccolo grande amore di Baglioni, lontano da me, e indietro non si volta, non una sola volta. Folli ombre, calpestate dai suoi rapidi passi mentre danzano l’ultimo giro, la rincorrono al posto mio. Immobile, seduto di fronte ad una tazzina che non trema più, senza domande né risposte, con l’ultima sigaretta ad ardere in bilico tra due dita che la reggono senza crederci, senza parole da pronunciare né la voglia di ascoltarne delle altre, la seguo sfuggire lungo il bagnasciuga, lasciando piccole impronte che il mare non è riuscito a portare via. Domani è un anno che mi ha lasciato, e dentro di me, quelle piccole impronte, continuano ancora ad affondare.

il Vicolo e il Cane

“Ma poi mi sento l’anima aderire
Ad ogni pietra della città sorda
Com’albero con tutte le radici,
sorrido a me indicibilmente e come
per uno sforzo d’ali i gomiti alzo.”

C. Sbarbaro


Ultime eleganti parole sgocciolate da una gioia ulcerina spremuta in pieno petto. Sfuggiva così Camillo, com’era apparso, scivolando tra le ore semifredde di una serata che voltava le spalle al luglio per sorridere teneramente alle notti bagnate di un febbraio arzillo e seducente. Le liquide iridi di Gianandrea riflettevano dell’umore umido di quell’autunno che, senza far rumore, gli era entrato nel cuore. Come una testuggine si era chiuso in sé sollevando le spalle sino ai lobi delle orecchie e infilando le mani in tasca, giù, sino ai polsi. Avrebbe voluto infilarsi per intero in quelle tasche, e rimanere lì, nascosto; come i soldi uscire solo se necessario, per soddisfare qualche vizio, per le sigarette magari. Viveva uno di quei momenti d’invincibile tristezza che percuotono la pelle facendo del proprio corpo un’infallibile strumento per malinconiche fotosintesi. Una sigaretta gli si accese tra le dita e una lingua di fumo gli s’insinuò maliziosamente nel palato penetrandolo sino alle viscere. Un colpo di tosse cavernoso recitò il copione striminzito di un coito strozzato e le mucose gli s’ingrossarono come una fulminea erezione. Domani avrebbe smesso. Intorno intanto più nessuno. Una teoria di lampioni accesi illuminava la scena; un palco lungo e stretto puntava dritto contro la montagna, le persiane semichiuse nascondevano, come quinte, compromettenti backstage, e Giana, solo, procedeva molleggiando sui talloni che neanche Michael Jackson. La tragedia iniziava proprio in quel momento, nella piena consapevolezza che era rimasto solo, solo e già nessuno. Le parti, già assegnate, vedevano Gianandrea unico protagonista di un avvincente melodrammone d’altri tempi, nel pieno rispetto delle tradizioni: serrato climax d’intense passioni, parossistiche circonvoluzioni del pensiero, enigmatiche aporie shakespeariane, inconciliabili conflitti e osmotici ripiegamenti. Un autentico capolavoro confezionato in tre atti. Il tutto dentro la sua testa, precipitata nella peggiore e più assurda crisi dei suoi ultimi anni. Non ricordava neanche più quando la sua vita era scomparsa. Se col ruttino della sera tra le candide braccia della madre o col vento primaverile che sbuffava tra i suoi riccioli biondi durante l’ora della merenda; se col brufolo sconfitto sulle bianche guance ancora vergini di pianto o con le lacrime amare del primo bacio negato? O quel pomeriggio stesso magari, uncinato al ricordo di lei nel mare tormentato dei mille ricordi, rimpianti e rimorsi? E dove si era cacciata poi? In quale fessura del tempo, ormai incrinato, trascorso ad osservare il mondo e a ridere dell’inutile esistenza degli altri; le ridicole comparse che affollavano selvaggiamente il suo spazio, il suo cielo, la sua città, le sue strade.
I cornicioni, appesi ai tetti parabolati degli edifici del centro, lo guardavano intristiti e grigi dall’alto della loro privilegiata posizione, dove i pensieri arrivavano più chiari, diluiti, decifrabili. A guardarlo da lì avrebbe stretto il cuore a chiunque; barcollava in una realtà enorme, tra detersivi e stracci, in cerca di una briciola nello stipo sotto al lavandino, come una formica. Poi a un tratto si fermò. Davanti a sé un vicolo, minuscolo che ci sarebbe a stento entrato un frigorifero, di quelli alti fino alla vita che ogni sorso d’acqua è un’ernia; rimase immobile qualche istante a fissare non so cosa e alla fine ci entrò. I balconi amputati, ridotti a ringhiere schiacciate da imponenti stipiti color turchese, si affacciavano l’uno di fronte all’altro, così vicini che per stringersi la mano bastava sporgersi soltanto un po’. L’intonaco alle pareti si divertiva producendosi nell’imitazione di qualche arido deserto dell’Arizona, crepandosi e scollandosi di qua e di là. Il cielo mostrava di sé una riga incerta e sottile tra le grondaie storte e ammaccate; quasi una cerniera che si apriva all’azzurro dal quale a stento si poteva controllare se per uscire occorreva l’ombrello oppure no. Charlie Parker, in persona, dirigeva il variopinto concerto dei panni stessi, tra fantasiose improvvisazioni di pedalini gialli e slip rosa e acrobatici assoli di tovaglie merlettate e lenzuola inamidate. I suoni e gli odori, amplificati da quell’ostinata vicinanza, si miscelavano in un brodo di sensazioni che sapeva di peccaminoso sino al disgusto. L’immondizia lanciata direttamente dalle finestre, con svogliata indifferenza, si prostrava ai piedi dell’unico cassonetto in segno di devozione, mentre un cane bianco, incrocio bizzarro tra l’ispettore Rex, Lassie e il tenente Colombo ( per via dell’occhio spento ), ronfava la sua vecchiezza grigia banchettando di una ciabatta nera. Ogni logica urbanistica, ogni utopia architettonica, ogni regola del semplice buon senso mortificata e annullata da qualche pazzo visionario munito di carta e penna o da un pallido geometra sopraffatto dai suoi numeri tutelari. Ma nonostante tutto Gianandrea vi entrò. Vi entrò perché doveva farlo. Vi entrò per un non so quale segno del destino dattilografato in quella socchiusa palpebra di firmamento. Vi entrò perché al di là di quella piccola fessura, che si apprestava a penetrare, poggiava salda al suolo l’unica via di scampo dal baratro nel quale stava precipitando dentro se stesso: una cabina telefonica, il totem salvifico che avrebbe ascoltato le sue preghiere. Il cellulare, infatti, sonnecchiava pigro e scorbutico, sorseggiando avido dalla sua lunga coda sdraiato comodamente su “Memorie dal sottosuolo”, e il solo modo per cercare conforto nelle rassicuranti parole di Angelo si riduceva in quell’idolo a gettoni dal grande sombrero arancione.
E accadde il primo passo; gettato, rimosso, scrollato di dosso come fosse un peso, e poi il secondo il terzo e così via, senza timore, solo in silenzio. Si muoveva sicuro su quella lama sottile di asfalto mentre le mura intorno lo avvolgevano come un malinconico fascia collo di seta leggera. Procedette silenzioso e attento, guadando quel denso stufato d’umanità, e saziandosi con avidi sguardi di tutto ciò che la sua curiosità riusciva a fagocitare. E non era più solo. Non più solo. Raggiunto, infatti, il minaccioso dolmen di rifiuti sotto il quale indugiava, nella sua ottusa devozione, il pio Caronte, il cane cieco da un occhio, questi fiutò il suo odore e, riconosciutolo forse come l’atteso messia, sollevò il grave peso del suo corpo e gli si accostò scortandolo nel suo rinnovante cammino. Giana, l’eletto, lo accolse con simpatia e rispetto e insieme procedettero senza fretta, ognuno immerso nei suoi pensieri, donne e cagnette al seguito scodinzolanti e servizievoli, seguendo la stessa regolare andatura.
E così avanzando si ritrovarono, d’un tratto, nei vuoti paesaggi accecanti di quell’Arizona afflitta e piegata da una calda pepita follemente tinteggiata di rosso, incastonata nel duro petto di un vibrante cielo azzurro pallido. E così continuando, si riscoprirono, d’improvviso, nelle scoppiettanti note di un musical indemoniato, tra le cosce sgambettanti di tintinnanti mollette appese a svolazzanti fili pelosi di leggero spago barbuto giallo. E così comprendendo si concepirono in un mondo nuovo, meraviglioso, ricco di promesse. Una gioia verticale trafisse Gianandrea da parte a parte e lo sollevò lungo pareti lastricate di sogni ad occhi aperti ed incontrollabili speranze depositandolo, confuso e scomposto, sulla cima inconcepibile della potenzialità. Rallentò il moto diagonale delle gambe, mentre le pulsazioni del cuore galoppavano deliranti e impazienti, sino a quando i glutei non furono allo zenit dei talloni ed allora si fermò. Restò così, immobile, raccogliendo briciole di tempo finché non rimase che condirle con le straordinarie ed imprevedibili decisioni che quel pasto gli prometteva. Con un unico leggero movimento, roteando verso destra, si genuflesse di fronte al cane e con i palmi aperti gli incoronò il volto peloso. Un pensiero incappucciato, scassinate le porte dell’incoscienza, aveva alimentato di colpo, come legna dalla portentosa combustione, il fuoco mai estinto degli ingranaggi della sua geometrica riflessione. Era tutto chiaro adesso, semplice e naturale come un sorriso, la decisione che stava per prendere rifulgeva della stessa perfezione e limpidezza di un assioma: l’avrebbe portato con sé. Si, con sé, a casa sua. Di spazio, del resto, nella sua stanza chiusa, che guardava con impazienza ad est, ce n’era abbastanza per due.

- “Ti porto con me Caronte, non preoccuparti, quante ne faremo insieme, vedrai, saremo inseparabili”.

Aveva raggiunto, finalmente, l’apice della consapevolezza, adesso non gli restava che decidere da che parte scendere.

Ploff!

E l’asfalto come per magia si trasformò in prato, il prato si tramutò in aiuole e le aiuole in ragazzini che giocavano a pallone davanti al chioschetto dei gelati chiuso: ne aveva fatta di strada da casa sua. Aveva attraversato mezza città senza neanche accorgersene; solo ogni tanto una leggera fitta alle caviglie gli rammentava di essere ormai stanco.

- “Passapassapassapassapaaaassssaaa!”

Le urla isteriche delle due squadre avversarie lo seguirono sino alla panchina in ferro verde marcio sulla quale capitolò. Stirò le gambe in avanti e le incrociò mentre la testa appesa all’indietro si riempiva di sangue, pronta a esplodere come una bottiglia di spumante. Le stelle, sopra di lui, parevano suggerirgli, una ad una, scene di vita che non volevano dimenticarlo. La noiosa ipocondria che l’aveva oppresso per tutto il pomeriggio riprese a tormentarlo più forte e chiara di prima. Il cielo si fece più pesante, troppo grande per lui che non capiva da dove provenisse quel dolore lento, penetrante. Se solo fosse riuscito a localizzarlo: addome, petto o cranio?

- “Ahi!”

L’anca! Ecco dov’era!

- “Pallaaa!

Un rigore sbagliato lo aveva centrato in pieno riportandolo in questo mondo, proprio sulla traiettoria di quel pallone. Un sorriso gli apparve sincero sul volto. Da quanto non tirava due calci; dai tempi dei “Giovani leprotti”, da quando fluidificava sulle fasce e sgusciava ai marcatori lasciandoli a terra con la faccia sporca della polvere sollevata dai suoi tacchetti.
- “Pallaaa!”

Si alzò con calma dalla panchina, sicuro che il mister l’avrebbe fatto entrare, raggiunse il pallone e vi poggiò sopra il piede destro, quasi fosse una preda. Grida selvagge lo incoraggiavano al lancio. Con una rapida occhiata controllò la distanza e la traiettoria da imprimere, quindi sollevò la sfera con la punta del sinistro, proseguì il palleggio col ginocchio e infine scagliò una botta portentosa di collo pieno: Boom! Bang!

- “Ahi! Disgraziato!”

Una donna sulla cinquantina, ai bordi del marciapiede, senza una scarpa e con le calze flosce, tramortita e smarrita, fu testimone inattesa di quello che i vice campioni del torneo di calcio under 15, del villaggio S. Rosalia, chiamavano: “o tire ciecat”, per via delle sue imprevedibili parabole. La sua partita durò soltanto ventitré secondi: da record, l’allenatore lo buttò immediatamente fuori e lui dovette attraversare il campo sotto una mortificante pioggia di fischi.

- “Salve”

Non era più solo in panchina; un acquisto dell’ultimo momento sedeva placido in attesa di diventare anche lui un titolare.

- “Salve”

Sotto uno spolverino di cotone blu, con apparente disinvoltura, indossava due camice, una di flanella a righe orizzontali l’altra di cotone a righe verticali, un maglione di lana grossa senza maniche, una maglietta rossissima produzione mcDonald’s; i pantaloni, di velluto verde con svoltine all’orlo, mostravano dei pedalini bianchi senza elastico. Ai piedi: chiccosissimi infradito di gomma alla coreana. Guarnivano gomiti e ginocchia strisce multicolore di stoffa legate saldamente. Stava fermo lì, immobile, senza poggiare la schiena alla spalliera magra più di lui e con le gambe rigide, come fossero aste, poggiate sui talloni. Su una mano reggeva un pezzo di pane duro che sgretolava tra pollice e indice sul palmo dell’altra che teneva a conchiglia; poi con dita ballerine spargeva le briciole davanti a sé come stesse seminando.

- “Guardi che i piccioni non ci stanno!”

Si sentiva in vena di fare due chiacchiere Gianandrea; l’attività fisica lo metteva sempre di buon umore, era riuscito a scaricare un po’ di tensione e adesso era pronto per comunicare con il prossimo suo.

- “Eh?”

L’uomo multistrato un po’ meno forse.

- “I piccioni dico…non ce n’è…a quest’ora dormono…”

Sul volto dell’uomo si dipinse il sorriso innocente di un fanciullo. Di un poppante anzi, dato che era fornito di soli due denti, l’incisivo superiore e un canino inferiore; pareva il bambìn Gesù per quanto era bello. Si girò verso Gianandrea, fissò i suoi occhi gialli in quelli di lui per un po’ e proseguì oltre sino a tornare con lo sguardo sulle briciole disseminate ormai dappertutto.

- “Ma mi sente? È inutile…non verranno…sa, giusto oggi non ho fatto in tempo a mettere il naso fuori di casa che uno stron…”
- “Sch! Silenzio…li spaventi!”
- “Ma è cieco oltre che sordo?…non vede che qui di piccioni non…”
- “Sch!…topi…sch!”
- “Addirittura! Fanno schifo anche a me ma chiamarli topi mi sembra…”
- “Zitto! Mi spaventi i topi!”

Medusa, sotto le mentite spoglie di un uomo camuffato da spaventapasseri, sfuggita una morte acefala, pietrificò Gianandrea all’istante vendicandosi di un fato che la voleva brutta e zitella.

- “tototo…topi? Cococo…come topi?
- “Bravo bravo…rifallo ancora?”
- “Cococo…cosa?”
- “Bravo…ah-ah! Sei proprio bravo”
- “Ma che sta dicendo?”
- “La gallina! Ah-ah! Squit-squit…il topo…ah-ah!”
- “Ma lei è pazzo!”
- “Squit-squit…il topo…ah-ah!”
- “Lei è un animale!”

Zeus in persona si precipitò inferocito, cavalcando le ali di Pegaso, dalle alte vette della montagna sacra, scagliando il suo strale infuocato dalla bocca di Gianandrea, per punire la ribelle Gorgone.

- “Homo sum, humani a me nihil alienum puto”

Se Michelangelo fosse ancora vivo forse solo lui riuscirebbe a riprodurre con qualche sapiente incisione di scalpello il livido stupore che immobilizzò la faccia di Giana in una maschera deforme.

- “Che lingua era scusi? Latino? Ma come…”
- “Squit-squit…ah-ah!”
- “Si si il topo, ma prima…omo sumpt?… che ha detto?”

L’uomo sembrava divertirsi, non la smetteva di ridere. Si riempiva d’aria e poi si sgonfiava in terribili convulsioni tremando come una lavatrice durante il risciacquo; e quanto avrebbe avuto bisogno di una bella lavata! Puzzava più di una carogna. Giana gli si accostò e gli posò una mano su una spalla cercando di respirare il meno possibile; il necessario. Il tono era decisamente diverso ora; più educato, rispettoso, quasi sottomesso, come se quella frase, pronunciata con tanta solennità, imponesse decoro; d’altronde si era in presenza di una signora adesso: la cultura!
- “Signore, mi scusi, come si chiama?”

La risposta non arrivò. L’uomo s’infilò in bocca il pane rimastogli nel palmo della mano e prese a masticarlo con le gengive emettendo un deprimente rumore molle. Rimase immobile per un po’, poi cominciò a dondolarsi avanti e indietro con le estremità delle dita soffocate sotto le cosce. Sembrava attendere. D’improvviso, come se l’interruttore della voce si fosse accesso, il respiro fiorì in parole.

- “Io sono Camillo…squit-squit… che raccolgo il vento e col bue vado a caccia della lepre…squit…e nuoto contro la marea montante…squit…”
- “Eh?”
- “… nel buon vino ho fede…squit… e credo che sia salvo chi gli crede…”

Pareva indemoniato, posseduto da una squadra intera, più riserve, di poeti deceduti e dai più dimenticati. Si sollevò sulle gambe mortificate dalla fame e allargò le braccia fasciate recitando a memoria, senza sosta, una novena di versi che si camuffavano di senso mescolandosi tra loro in un orgia peccaminosa di eloquenza.

- “Ma che sta dicendo…è impazzito?”
- “…squit…dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge…squit-squit…”
- “Signor Camillo si calmi! Cos’è? È malato? Signor Camillo!”
- “…quanto piace al mondo…squit…è breve sogno…squit-squit…nascer…squit…nascer chiamo aspra vicenda, non già il morire…”
- “Non faccia così signor Camillo!…non se la prenda…è un momento negativo…non si preoccupi…passa…”

Quasi che un disturbo intestinale lo avesse preso alla testa o un qualche virus africano si nutrisse del suo cervello, l’uomo vestito di stracci continuava la sua predica antologica con più impeto e enfasi di prima tarantolando le braccia tra le parole che orbitavano intorno alla sua bocca.

- “…si stringe il cuore…squit…a pensare come tutto al mondo passa…squit…e quasi orma non lascia…”
- “…ma lei è un caso clinico! Reagisca! Bisogna esser forti…”
- “…arcano è tutto fuor che il nostro dolor…squit-squit…”
- “…risorgere nei momenti più difficili…guardi me…”
- “…la morte è quello che di cotanta speme…squit…oggi m’avanza…”

Giana si mise anche lui in piedi dandosi una pacca fragorosa sul petto ansimante come a incoraggiarsi. Si sentiva in obbligo verso quella persona, doveva far qualcosa, assolutamente. Pensò che dei soldi avrebbero potuto offenderlo e così ripose la danarosa soluzione nelle tasche vuote. Avrebbe potuto ospitarlo per quella notte a casa sua ma avrebbe dovuto prima farlo lavare, e chi glielo diceva a sua madre poi. Che fare allora? Ma certo! La vocazione, da sempre gelosamente custodita ma mai affiorata, di diventare uno scrittore per donare la sua saggezza al mondo, senza pretendere nulla in cambio, e fare così del bene all’umanità intera fece un passo avanti e si offrì come volontario. Troppo macchinoso e sterile, però, trasportare i pensieri attraverso falangi e falangine su tasti pettegoli e infine su di un foglio vestito di bianco che mal sopportava delle macchie su colletto e polsini; il suo intervento doveva essere concreto e soprattutto rapido ed efficace, macché scrittore e scrittore: un oratore! sarebbe diventato, senza dubbio, un oratore. Un grande oratore. Il migliore.

- “…vede signor Camillo, anche per me non è un momento facile, ma ci ho riflettuto, e ho capito che è meglio lasciarsi trasportare dalle precise leggi del caso nella speranza che tutto si combini nella maniera assolutamente perfetta…”
- “…squit…morte…squit… a troncar l’obbrobriosa vita…”
- “…invece che autogestirsi nel modo migliore possibile, uccidendo ferocemente le alternative…”
- “…che indugi omai…squit…se il tuo indugiar m’irrita?…”
- “…è pericoloso covare certezze…”

Cicerone a confronto era un balbuziente con seri problemi di pronuncia. Il pulpito sul quale era salito gli stava troppo piccolo, tanto che dovette cominciare a camminare per dare vigore a quel che blaterava: due passi a destra, piroetta, due passi a sinistra e così via. Le idee si costruivano da sole, come se il progetto fosse in cantiere da molto tempo, e un prefabbricato di predicati sostantivi e verbi veniva su superbamente, sorretto da stabili fondamenta concettuali e sotto la supervisione attenta di accenti e pause.

- “…come mura sottili proteggono il mondo che ci costruiamo attorno, signor Camillo, ma al primo soffiare di vento volano via, lontano…”
- “…nasce l’uomo a fatica…squit…ed è rischio di morte il nascimento…”
- “…lasciandoci orfani viziati senza l’abitudine alla sofferenza…”
- “…e già nel primo giovanil tumulto…squit-squit…morte chiamai più volte…”

I due si fronteggiavano impavidi l’uno di fronte all’altro. L’uomo fasciato in preda a incontinenza verbale da intossicazione letteraria mentre Gianandrea pettinava meticoloso i ricci impertinenti di un discorso dalla folta chioma. Non si guardavano in faccia. Davanti a sé ognuno di loro aveva una platea esigente che richiedeva la massima attenzione; nessun spettatore privilegiato per quella sera, tutti uguali davanti al proprio beniamino: questa sì che era democrazia!
- “…mille volte meglio allevare il proprio “io” avvezzo alla malvagità delle stagioni, forte condottiero delle proprie idee, imparziale giudice delle proprie azioni, capace e astuto promotore di se stesso…”
- “…vinta…squit…la speranza piange, e l’atroce angoscia sul mio cranio pianta…squit…despota…squit…il suo vessillo nero…”
- “…mille volte meglio accumulare, con fame atavica, le esperienze di cento vite che concluderne una sola e scoprire, alla fine, che era quella di qualcun altro…”
- “…fango è il mondo…”
- “…dare paternità ai mille riflessi del proprio io…mettere insomma alla gogna il clone al quale deleghiamo, svogliati e petulanti, la vita…”
- “Squit!”

Il silenzio fu per loro come l’acqua per il maratoneta alla fine di una gara. Se ne dissetarono a volontà in piedi e stanchi davanti alla panchina ossuta in mezzo al parco. Si guardavano adesso, e si ascoltavano anche, ognuno di sé ammirato e compiaciuto. Quando il respiro si fece più calmo e il sangue riprese il ritmo naturale si sedettero nuovamente accavallando entrambi le gambe ed incrociando gli avambracci. Erano esausti ma appagati. La partita di calcio era ormai finita e il chioschetto dei gelati chiuso proiettava ombre geometriche sul vuoto intorno a sé. L’umanità pareva svanita o non essere mai esistita in quell’eden privato nel quale erano adamiticamente riapprodati. Solo un piccione, che volteggiava nell’aria seguendo ipnotici percorsi, vi partecipava senza esserne stato invitato. Si aggirava di straforo sopra le loro teste, inferocito dall’insonnia, agitando le ali quasi stesse gesticolando. Un piccione panciuto, maculato e nazista. Una vecchia conoscenza di Gianandrea che aveva deciso di sfruttare le ore notturne per sferrare un fulminante attacco dall’alto in grado di risolvere definitivamente le ostilità a favore della razza piumata. Come potevano accorgersi del soffio leggero di un’ala battente quando il loro intero essere respirava dell’effimera consistenza del piacere in quell’angolo di paradiso.

Ploff!

Il ritorno su questa terra fù repentino quanto disgustoso. Le braccia svennero lungo il busto. I muscoli s’irrigidirono. Le mascelle si serrarono. Le espressioni si contrassero mentre sorrisi intermittenti facevano capolino agli angoli delle labbra e improvvise contrazioni alla bocca dello stomaco si ripetevano con tempismo.

- “Cococo…”
- “Squit…”

La risata che seguì fù grande, chiassosa, tellurica. La risata di chi ha compreso, perché in sé l’ha raccolta, l’infinita vanità del tutto. Presero a rincorrersi in un girotondo impazzito di gioia saltando il più in alto possibile; poi, come aborigeni scalzi e festanti, sollevarono il capo e lanciarono strani versi alle nuvole.

- “Cococo…cococo…cococo…”
- “Squit…squit…squit…”

Passi

Passi, quanti passi. Uno dopo l’altro, a centinaia. Prima il sinistro, poi il destro. Uno dietro l’altro, a migliaia. E di nuovo; uno due uno due uno due…perché non finiscono mai i passi. Piovono sul marciapiede e poi fuggon via. A volte tornano. Altri si perdono e non li trovi più. Si cercano i passi, s’incontrano, s’inseguono ma se ti fermi scompaiono. Gianandrea sembrava guardarli, volerli afferrare. Camminava a testa bassa offrendo la nuca al cielo e saltellando con lo sguardo da un piede all’altro. Iniziavano sempre così i suoi momenti più cupi; dal basso. La strada era sempre la stessa, le impronte anche. Come stesse pedinando se stesso si osservava mentre percorreva i soliti vecchi vicoli scortando i propri pensieri tra le ferite aperte della città. Si accendevano le luci alle finestre come le candele in cattedrale e l’omelia di aromi che proveniva dalle cucine illuminate predicava di arrosti e di contorni. I fedeli ancora in strada, sbrigate le ultime faccende, accorrevano numerosi. Giana deambulava senza meta ignorando il brulicante via vai che si compiva intorno a lui. Un sottilissimo filo, strisciando sui suoi zigomi, trascinava con sé delle piccole lacrime intrecciandole alla tela variopinta della nostalgia. È una geometria precisa quella che regola la struttura aerea di un ricordo. Un uomo, al suo fianco, lo accompagnava ogni giorno a scuola. Percorrevano insieme tre o quattro isolati dopo aver parcheggiato l’auto molto lontana. Una 127 bianca, immacolata, interni grigi, caldi in inverno irritanti in estate, puliti. “Non toccare niente! Stai attento!” l’ordine era severo, perentorio. Del tragitto pochi ricordi: qualche ruota, l’asfalto, i tombini, lattine ammaccate. Tutto molto confuso. Quando riusciva a catturare un’immagine, un odore o un rumore immediatamente dopo gli sfuggiva e ne subentrava un altro. Passi svelti, isterici, lo trascinavano con forza, ogni due tre metri rimaneva indietro ed era costretto a recuperare correndo. La sua mano, piccola, in quella dell’uomo, grande, sudava ma la presa era forte, rassicurante. Seguiva un ritmo frenetico come li stessero seguendo ma non sbagliava un passo, quasi fosse una danza, mai un’incertezza, procedeva spavaldo e lui col fiatone. Sch toc sch toc sch toc…suonavano quei piedi, le gambe tenevano l’accordo ma erano i piedi l’assolo. Molto piccoli per un adulto; 38 o al massimo 39, del resto non era molto alto, ma come erano precisi, non sbagliavano mai il tempo. Perfetti, tre passi al secondo e il quarto era già pronto. A rendere possibile la prodigiosa melodia di quei movimenti delle magnifiche scarpe, vagamente somiglianti a quelle usate dai ballerini spagnoli, da tango o da flamenco. Incredibili stivaletti di pelle nera a mezzo collo con tacco da tre centimetri e cerniera sul malleolo. Di classe! Sempre puliti e lucenti. La mattina, appena sveglio, li controllava lucidandoli con cremine speciali a base di cere naturali e lanolina. Se in strada si sporcavano si metteva a imprecare come l’avessero gambizzato, s’inumidiva il dito e lo strofinava forte sulla macchia ingiuriandola per la mutilazione, poi data l’ultima sbirciatina riprendeva a camminare restituendo la mano sporca a Gianandrea. Sempre così, ogni giorno della sua vita, fino alla quinta elementare. Tutto ciò che vide del mondo, dalla macchina alla scuola, lo vide nel riflesso ovale di quelle scarpe. Le scarpe di suo padre.

in Auto

"ENNESIMA VITTIMA DELLA STRADA. Era appena mezzogiorno quando un drammatico incidente, dalle inspiegabili dinamiche, ha spezzato un'altra giovane vita nel pieno centro cittadino". Pare che il ragazzo sia stato distratto dalle "tette" (ndr dal referto della polizia stradale) di una passante. Quarta abbondante, altezzosa ed esplosiva. E dire che il malcapitato, come ci assicurano le voci strozzate dei suoi amici subito accorsi sul luogo della sciagura, aveva sempre sostenuto di preferire quelle piccole, da palmo di mano. I due giovani, si erano scambiati un rapido e fugace sguardo di complicità. Gli amori più belli, brevi come una pubblicità, tutto in potenza, immaginazione, proiezione di un futuro perfetto e plausibile. La ragazza, del resto, camminava per farsi guardare. Sfregava le cosce per richiamare giovani maschi. Suono succoso di odori conosciuti. Il braccio, appeso alla borsa, le apostrofava un seno. L’altro ondeggiava libero rincorrendo la spalla liscia al ritmo del passo. Il petto vibrava, cullava tre fossi, come di dita, alla radice del collo e delle clavicole. Piedi sicuri in pericolose alture. Le dita disegnavano parabole di possibili carezze. I polpacci non erano visibili dalla poasizione del ragazzo, ma il resto non lascia dubbi, agili e polposi sostenuti da caviglie fragili. Scapole ruffiane indicavano il percorso da seguire. Vertebre una per una sino a rigidità appese. Da lì nasce tutto. Il moto felino del corpo. Flusso animale di erotiche vibrazioni. Fatali purtroppo.

Masturbazione

Giordano è lì, sagomato sul letto, sguardo fisso sul soffitto, palme planate sul lenzuolo, gambe rigide con le scarpe ancora ai piedi, membro eretto. Pensa! Pensa a tante, tantissime cose. Pensa a tutto lui. E, come un eco, voci, immagini e luoghi gli parlano di quando l’hanno incontrato, di quando l’hanno visto, di quando l’hanno ascoltato. Interi brani del suo passato lo rincorrono a branchi e sbrindellati ricordi sbranano il suo presente stillando veleno dalle zanne appuntite della nostalgia, mentre brandelli di possibili futuri si proiettano chiari e deludenti sulla parete di fronte, accanto al poster di Samantha Fox, itticamente svestita con una rete da pesca, che con uno sguardo da porno-cernia solletica le sue fantasie erotiche.
Decisamente depresso Giordano. Oppresso da noiosa ipocondria. Nessun movente plausibile per quello stato d’animo, “il solito grazie!, metta in conto”. Dalle fessure delle serrande chiuse, serrate, lame di luce trafiggevano con precise stilettate il suo corpo narcotizzato dalla noia. L’atmosfera rarefatta, immobile, ciabattata di quell’asfissiato pomeriggio delle calende di marzo condannava il genere umano, senza processi né appelli, all’inerzia a vita per traboccanza di prove. Le solite cose, la solita routine, la solita rivoluzione intorno all’asse, il solito stanco giro intorno al sole, il solito cuore stonato. La solita apparente morte postprandiale. Sul banco degli imputati sedeva, placida e marmorea, sua madre. L’imputazione: pranzo pantagruelico preterintenzionale. All’accusa: i feroci improperi di un figlio viziato. Alla difesa: le premurose attenzioni di una casalinga che dei panini provola, due fette due di crudo, un goccio d’olio e un pizzico di sale, ne aveva fatto un’arte. Da consumare preferibilmente dopo due minuti due di piastra.
Il crimine era stato consumato in luogo insospettabile, nel cuore del focolare domestico, nel nucleo fondamentale del nido pascoliano: la cucina! Le prove erano ancora lì, in bella vista, dappertutto; cannelloni al ragù di maiale, scaloppine all’arancia, arrosto morto di vitello, insalata capricciosa, funghi trifolati, tagliere d’affettato, frutta assortita, cassata siciliana, cannolicchi, bignè, caffè e ammazzacaffè.
Il giovane, ignaro della pericolosità che si celava dietro alle affettuose cure di quella donna senza scrupoli, aveva ingurgitato, senza far domande, tutto ciò che sfilava sulla tavola apparecchiata. L’oliva verde, che per ultima attraversò la frontiera di denti, scivolando con tutto il nocciolo nelle umide lande del suo ventre, fu fatale. Mater familias poté gustarsi, con cinico cipiglio, dal regale sgabello sul quale era appollaiata, il lumacoso trasferimento in bagno del suo piccolo dead man walking.
Il giorno, fuori, piroettava sull’orizzonte in cerca di forti braccia per un ultimo caschè, mentre le auto, giù in strada, ululavano già alla luna. Gianandrea premeva ritmicamente sulle sensuali curve del materasso che deliziosamente cedevano alla sua insistente melodia. Il bacino ondeggiante naufragava nelle voluttuose acque del desiderio mentre la mente, issate le vele, seguiva la rotta che le stelle le suggerivano componendo un nome, su, nel cielo nero, lontano, ignoto: Giulia.
E per incanto, come se il silenzio avesse pronunciato, nelle remote terre del suo regno, un’arcana formula magica, una parte di Gianandrea mutò la sua pigra forma. Dita nervose ispezionarono quella cosa molle che dal grave oblio alzava la sua vermiglia e sonnacchiosa testa. Una mano, curiosa e rapida, scrutava sopra e sotto, su e giù, quell’estraneo membro, e come rapito da platonica mania sfogava la sua energia in esubero, ferendosi al basso ventre con feroci pugnalate, in attesa che schizzasse fuori il sangue denso della passione. Trenta aveva deciso di darsene in quel calar di sera, una prova con se stesso; non una in più, non una in meno. Altre volte aveva tentato (24), e non era riuscito (25), ma adesso si sentiva pronto (26), il ritmo era quello giusto (27), la temperatura perfetta (28), la concentrazione a livelli ottimali (29)…

- “Te lo faccio un panino con due fette due di crudo?”

Quoque tu, Brute, filii mii! Il felino che risiedeva assopito nelle profondità delle sue viscere si destò repentino. Lo scatto che ne seguì lasciava ampio adito al dubbio del doping. I reni si contrassero come due palline da tennis e, un istante dopo, con eleganza e precisione si produsse in un olimpionico avvitamento che lo riportò a pancia sotto. Sollevata la testa dal cuscino Mefistofele in persona arpeggiò le corde vocali di Giana tuonando un rabbioso NO! L’osso iliaco ruotò di novanta gradi sollevandosi come un sipario per l’ultimo applauso agli attori. Il protagonista distante, sedeva esausto e non concedeva bis al pubblico in delirio.
 
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