Si commosse.
Angelo aveva accelerato il passo e gli urlava di fare altrettanto. Ma Gianandrea non aveva nessuna fretta di arrivare. Avrebbe preferito di gran lunga continuare a passeggiare per quei vicoli parlanti.
Quattro passi di notte fanno sempre piacere. Di giorno vanno tutti per i fatti loro mentre di notte sembrano cercare la stessa cosa. Col buio la città è più bella. Come dice Lorenzo. Ogni angolo in ombra acquista in fascino. Magari di giorno ci vedi solo le pisciate dei cani, e, invece di notte ci vedi il mistero, la scena di un film, una storia da raccontare, un posto dove appartarsi. È tutto più teatrale. Basta una panchina, un lampione con il neon balbuziente, dei panni stesi a far da fondale e il palco è pronto. Le battute non sono un problema, vengono da sé.
- “Porcatro… ma vaffan… ma che ca… ma porcapu… ma vaffan…!”
Aveva centrato in pieno una cacca di cane prodigiosa. Più grossa del suo piede. La scarpa ci sprofondava dentro come la salsiccia nella polenta. Densa, grumosa e con delle piccole venature verde marcio che ne rigavano la superficie. Ma che gli davano da mangiare a quella povera bestia. Doveva essere un cane gigantesco. Pensò che era stato meglio imbattersi nella sua melmosa “creatura” che incontrarlo di persona. Era stato fortunato. Cominciò a strofinare il piede sull’asfalto, poi vide un cumulo di calce e ci ficcò il piede dentro. Angelo aveva proseguito sino a scomparire dietro alle auto parcheggiate. Gli urlò dietro ma le sue parole lo mancarono infrangendosi contro un parabrezza. La situazione era peggiorata. Un essere alieno divorava, adesso, la sua suola. Aveva creato un mostro. La calce le aveva dato consistenza e aumentato considerevolmente il volume. La gamba destra era diventata più lunga della sinistra. Zoppicava. Le bestemmie si slanciarono contro il cielo e le nuvole tremarono. Era quel che voleva, solo la pioggia poteva salvarlo. E pioggia fu. Troppa pioggia. A catinelle, secchiate di pioggia. Un “diluvio personale”. Pareva che il mare si fosse sollevato sopra la sua testa e poi gettato a peso morto. Prese a correre. Il polpettone che aveva sotto il piede cominciò ad ammorbidirsi e ad ogni salto se ne staccava un pezzetto. Svoltò l’angolo e una voce lo colpì alla nuca. Era Angelo che lo chiamava dall’ingresso del locale facendogli segno di raggiungerlo.
- “La serata volge al meglio! Eh! Ancelo!?!”
Una pistola! Aveva bisogno di una pistola. Voleva ucciderlo. Avrebbe sparato a lui e tutti quelli lo guardavano, poi sarebbe tornato a casa e avrebbe massacrato anche la sua famiglia. Una notte piena di emozioni.
- “ Come faremo ad entrare? Ci vogliono gli inviti.”
Era già pronto. I pugni ben stretti gli premevano sulle cosce come macigni. Doveva solo dire: “mi dispiace, ma non possiamo entrare”. Giana non aspettava altro. Gli sarebbe saltato addosso come un ossesso, ruggendo e sbavando, conficcandogli le unghie nel collo sino a sentire il battito della sua carotide sui polpastrelli.
- “Domenico? E da dove spunta fuori? Una vita che non lo vedo.”
Si ripresentava, sull’orizzonte sbiadito delle sue conoscenze, una di quelle persone che fai presto a dimenticare: Domenico Mattarelli. Quel tipo d’individuo, e ne esiste almeno uno nella vita di tutti, che ha un lavoro che daresti una mano, una casa che daresti l’altra mano, una fidanzata che bè! le mani per terra applaudono. L’eterno rappresentante d’istituto. Una di quelli che sembrano avere il destino scritto nelle stelle. Un destino fatto di successi e pochi rimpianti. Quello con carisma, che ha le mani in pasta dappertutto, l’intrallazzatore che conosce qualcuno ovunque va. Di lui si sa solo quello che fa non quello che è. Magari dentro ha tutto un suo universo, più o meno complicato, ma tanto lui sarà sempre “quello che ti fa entrare”. Giana non sarebbe stato mai come lui. Non ci aveva il carattere. Lui sapeva sempre cosa dire. Aveva la battuta pronta. Ti sapeva portare dalla sua. Uno di quelli con la parlantina, che ti raggira, ti abbindola. Un affabulatore. Era amico di tutti, lui.
Si avvicinò ad Angelo, si tirò sulle punte e gli sussurrò all’orecchio complici confidenze:
- “Aspettami qua, vado a pisciare.”
Sentendosi in colpa per la serata che gli stava facendo passare, pensò bene di sdebitarsi indicando il vicolo dove l’aveva fatta lui poco prima. Non sentendosi soddisfatto aggiunse, ad alta voce, commenti d’apprezzamento alla propria prestazione urinaria. Si voltarono tutti. Giana dovette subire una mitragliata di sguardi e sorrisetti mentre si allontanava.
La pistola. Decise che era giunto il momento di comprarne una.
Il posto era dei migliori. Lontano da sguardi indiscreti, nascosto da un bidone per l’immondizia, riparato da un contrafforte di sostegno che sbucava dalla parete, come le vertebre dalla schiena di un vecchio, e buio. Pareva fatto apposta. Estrasse l’attrezzo, si piantò saldo sulle gambe, mollò la testa all’indietro e ah! Catarsi! Quando guardò giù, per terra, per constatare il frutto del suo godimento, si accorse della macchia lasciata da Angelo. Ci era finito sopra. Incredibile! Non aveva esagerato. Come era possibile? Da disidratazione! Su uno dei rivoli, che si erano formati, veleggiava, persino, una cicca di sigaretta. Ne seguì la corsa sino a quando non scomparve in un tombino ad una decina di metri da lui. In confronto la sua era uno schizzo di sugo sulla camicia. Si guardò il coso e gli fece pena. Era lì. Tra pollice ed indice, a domandarsi chi fossero quegli estranei che lo scuotevano. Infreddolito e bagnato all’estremità. Ogni volta era sempre la stessa storia. Non riusciva mai a sbarazzarsi dell’ultima goccia. Poteva percuoterlo, dondolarlo, stantuffarlo ma l’unico risultato era un’imprevista rigidità che suggeriva altre manipolazioni. Ma non era né il posto né il momento adatto per certe cose. E la goccia era sempre lì, appesa. Affacciata a scrutare il mondo. Come in visita.
Richiuse bottega, provò un’umida sensazione sulla coscia e tornò da Ancelo.
Il cielo era di nuovo asciutto. La folla che poco prima si riparava sotto la tettoia, come api sull’alveare, adesso si era diluita nella strada. Si sentiva osservato comunque. Aveva un brutto presentimento. Si guardò sotto la cinta e capì. Una vistoso alone scuro lo cingeva all’altezza del coso come un’aureola.
La pistola. Dov’era quella dannata pistola. Doveva spararsi.
Sbuffò come chi ha caldo, si ventilò il viso con la mano per accentuarne l’effetto e tirò fuori la camicia dai pantaloni. Il problema era risolto. Si sentì risollevato, guardò in giro in cerca di Angelo, lo trovò e si diresse verso di lui.
- “Bei reni Ancelo! Complimenti!”
Cominciarono a ridere come dei bambini e la tensione si stemperò.
- “Ma quando arriva però! Comincio ad avere i brividi.”
Due spalle si sollevarono a dargli risposta, come a dire: boh? Rimase tranquillo, non gli interessava.
Era pieno di donne. Quel posto che non frequentava mai era pieno di donne. Ecco dove erano finite. Belle bellissime bellissimissime. Si lanciò in un flipper di ammiccamenti saltellando da una bocca all’altra, scivolando su curve generose e insinuandosi in sfacciate trasparenze. Le scartava, ad una ad una, come cioccolatini. Buone buonissime buonissimissime. Cercò d’imprimere il maggior numero di quei corpi nella memoria. Temperava lo sguardo e annotava i particolari. Ma erano tante, troppe. Si svestì dei suoi abiti bagnati ed indossò quelli del vecchio Zeusi. Derubando le donne che aveva di fronte dei loro tesori più preziosi avrebbe dipinto una novella Elena. Bella, la più bella di tutte, la donna dei suoi sogni. E l’avrebbe posseduta, quella notte stessa.
Il suo nome e una sinfonia di risate lo colsero alle spalle.
Era arrivato Domenico. Alto come un segnale di precedenza e brutto bruttissimo bruttissimissimo. Non ne aveva voglia ma fece uno sforzo. Accordò le corde del suo sorriso e lo accolse con la sua stessa melodia. Solo un semitono più basso.
- “Ciao! Come stai? È da tanto che non ci vediamo. Quanto sarà? Cinque o sei anni? Ti trovo sempre lo stesso.”
Voleva concludere i convenevoli il più presto possibile. Nulla di ciò che avrebbe potuto dire poteva riesumare il suo interesse. Quelle parole, sparate a salve, gli risultavano insopportabili. Lo odiava, perché lo costringeva a stare al suo gioco. Odiava se stesso, perché accettava le carte e rilanciava con una coppia di sette. Bluffava! Certo, sapeva anche lui di non poter cominciare una conversazione con argomenti del tipo: “ciao, cosa ne pensi della morte?” Oppure: “ti trovo sempre lo stesso ma, in confidenza, ti senti più un Platonico o più un Aristotelico?” Non era il caso. Anche perché saperlo gli cambiava poco.
E così continuarono a sfidarsi, impavidi, a chi faceva la domanda più ovvia e banale. Vinse lui. Giunti al tema università Giana depose le armi. Il suo coraggio si dileguò come le tenebre al canto del gallo.
- “Non c’è male. Si va avanti. E tu?”
Ultimo temerario slancio di orgoglio. Una bugia. Ma grande grandissima grandissimissima. Rapida come una saetta, e subito un’altra domanda. Volè.
- “Ma va? Uno come te? Devo essere sincero, non me lo aspettavo. Avrei messo la mano sul fuoco che tu saresti stato uno dei primi a laurearti.”
Surprise! Un riparo imprevisto in una notte buia e tempestosa. Anche lui vagava bendato in cerca di una laurea appesa ad un filo, come in una fiera di paese. Pure lui sospeso nel limbo delle decisioni. Costretto nel purgatorio degli incerti. Era come lui. Ma guarda un po’, uno si fa un’idea di una persona e poi, invece, si rileva totalmente sballata. Gli era molto più simpatico, ora.
- “Mi fa proprio piacere vederti. È un sollievo sapere che non si è gli unici. Ci sono troppi superman in giro, mi sentivo Will Coyote. Il solo sfigato…”
Alt! Precipitosa conclusione. Oltre a far finta di studiare era impegnato in tante altre cose e ci teneva a farlo sapere. Non erano poi così tanto uguali. Gianandrea faceva finta e basta. Non risuonava eco di passioni nella sua cassa toracica.
- “…hai mille attività quindi? Non ti fermi un attimo come allora. Sempre impegnato a trovare un modo per occupare le giornate…”
Non si cambia mai!
- “…scusa, mi sono espresso male. Non dubito assolutamente che tu non creda in quello che fai. Non dare peso alle mie parole, sono dette così…per dar fiato alla bocca.”
Era morto. Anche lui. Nato e subito morto. Più breve di una farfalla, effimero più di una rosa. L’attenzione offerta a Domenico durò giusto il tempo di un caffè. Stava già scomparendo davanti ai suoi occhi. Non poteva avere nulla a che fare con uno del genere. Con l’uomo dai sani principi. Con il paladino dell’impegno sociale. Col William Wallace nostrano. Lo sapeva, non sbagliava mai nei giudizi. Gli era molto meno simpatico, adesso.
- “…entriamo?”
Si era offeso, lui. Era più sollevato, Giana. Meglio evitare inutili polemiche.
Si diressero verso l’ingresso. Era contento. Almeno tra la folla, la confusione e la musica non sarebbe stato necessario chiacchierare ancora. Come prevedibile, prima, dovette però assistere ad un altro rituale sociale. La cerimonia dei saluti: “ciao! Come stai? Ti trovo benissimo, ci vediamo dentro”. Stesse parole e stesso ordine per tutti. Con le donne in tono più mellifluo, con gli uomini accompagnato da un corollario di pacche sulle spalle. Ma si può?
L’insegna del locale era bella. Bradley hand il carattere, nero il colore, ferro battuto il materiale. Illuminata da una luce che non si riusciva a capire da dove provenisse. All’ingresso i buttafuori. Proporzioni: una gamba loro – tre delle sue. Professionalmente rozzi. Non fecero storie per farli entrare. Domenico gli si avvicinò bisbigliando qualcosa che Giana non afferrò. Li spinsero dentro guardandosi intorno come fossero della CIA o del KGB. Si sentiva una star protetto dalle sue guardie del corpo, si girò e seminò il sorriso sui volti di coloro che rimasero fuori.
Dentro l’inferno. Peggio che a mare, neppure Dante possedeva parole per descriverlo. Era pieno come un uovo. La poca aria stuprata da centinaia di bocche. Lo spazio calpestabile puntualmente calpestato. Accendersi una sigaretta impossibile. La diaspora con i suoi compagni inevitabile. Lo prese il panico. Non sapeva che fare, gli pareva la sua fine. Neanche la pistola sarebbe servita a niente, non avrebbe avuto modo di sollevarla. Fu allora che la sua mente geniale partorì una di quelle idee che lo ergevano al di sopra dell’uomo comune, che gli suggerivano una sua divina discendenza, che avrebbe voluto baciarsi, coccolarsi, amarsi.
Prese a starnutire. E varco fu, quasi che Mosè ispirasse i suoi gesti. La gente si allontanava disgustata e Giana intraprese il suo profetico cammino. Ma più avanzava e più le fila si facevano serrate. Ad ogni passo che compiva veniva sottratta una possibilità di movimento. Sino a quando fù costretto all’immobilità, alla totale accondiscendenza al dondolarsi della folla. Poco male, comprese ben presto come trarne vantaggio. Un splendido culetto, piccolo, tondo e nevrotico, dondolava proprio lì, sul suo gingillo. Come una gattina che fa le fusa. Wow! Una mano invisibile gli piegò le labbra in un sogghigno malizioso. Si lasciò andare anche lui. Cominciò a vibrare, a scuotersi, ad ondeggiare il bacino. Si eccitò. Chissà se riusciva a sentire dietro di sé quel suo rigido stato d’animo. Si! Si che lo sentiva, e le piaceva anche. Ci avrebbe messo la mano sul fuoco. Continuò. Due seni minacciosi lo puntarono alle spalle. Nonostante i vestiti poteva sentirne i capezzoli che lo trafiggevano all’altezza delle scapole. Era il paradiso. Sapeva che c’era. Doveva esserci. E lui l’avevo trovato, finalmente. In quel posto dove non era mai stato. In quel posto che aveva sempre criticato. In quel posto che aveva ostinatamente disprezzato. In quel posto dove non l’avrebbe mai cercato.
Due spalle si sollevarono a dargli risposta, come a dire: boh? Rimase tranquillo, non gli interessava.
Era pieno di donne. Quel posto che non frequentava mai era pieno di donne. Ecco dove erano finite. Belle bellissime bellissimissime. Si lanciò in un flipper di ammiccamenti saltellando da una bocca all’altra, scivolando su curve generose e insinuandosi in sfacciate trasparenze. Le scartava, ad una ad una, come cioccolatini. Buone buonissime buonissimissime. Cercò d’imprimere il maggior numero di quei corpi nella memoria. Temperava lo sguardo e annotava i particolari. Ma erano tante, troppe. Si svestì dei suoi abiti bagnati ed indossò quelli del vecchio Zeusi. Derubando le donne che aveva di fronte dei loro tesori più preziosi avrebbe dipinto una novella Elena. Bella, la più bella di tutte, la donna dei suoi sogni. E l’avrebbe posseduta, quella notte stessa.
Il suo nome e una sinfonia di risate lo colsero alle spalle.
Era arrivato Domenico. Alto come un segnale di precedenza e brutto bruttissimo bruttissimissimo. Non ne aveva voglia ma fece uno sforzo. Accordò le corde del suo sorriso e lo accolse con la sua stessa melodia. Solo un semitono più basso.
- “Ciao! Come stai? È da tanto che non ci vediamo. Quanto sarà? Cinque o sei anni? Ti trovo sempre lo stesso.”
Voleva concludere i convenevoli il più presto possibile. Nulla di ciò che avrebbe potuto dire poteva riesumare il suo interesse. Quelle parole, sparate a salve, gli risultavano insopportabili. Lo odiava, perché lo costringeva a stare al suo gioco. Odiava se stesso, perché accettava le carte e rilanciava con una coppia di sette. Bluffava! Certo, sapeva anche lui di non poter cominciare una conversazione con argomenti del tipo: “ciao, cosa ne pensi della morte?” Oppure: “ti trovo sempre lo stesso ma, in confidenza, ti senti più un Platonico o più un Aristotelico?” Non era il caso. Anche perché saperlo gli cambiava poco.
E così continuarono a sfidarsi, impavidi, a chi faceva la domanda più ovvia e banale. Vinse lui. Giunti al tema università Giana depose le armi. Il suo coraggio si dileguò come le tenebre al canto del gallo.
- “Non c’è male. Si va avanti. E tu?”
Ultimo temerario slancio di orgoglio. Una bugia. Ma grande grandissima grandissimissima. Rapida come una saetta, e subito un’altra domanda. Volè.
- “Ma va? Uno come te? Devo essere sincero, non me lo aspettavo. Avrei messo la mano sul fuoco che tu saresti stato uno dei primi a laurearti.”
Surprise! Un riparo imprevisto in una notte buia e tempestosa. Anche lui vagava bendato in cerca di una laurea appesa ad un filo, come in una fiera di paese. Pure lui sospeso nel limbo delle decisioni. Costretto nel purgatorio degli incerti. Era come lui. Ma guarda un po’, uno si fa un’idea di una persona e poi, invece, si rileva totalmente sballata. Gli era molto più simpatico, ora.
- “Mi fa proprio piacere vederti. È un sollievo sapere che non si è gli unici. Ci sono troppi superman in giro, mi sentivo Will Coyote. Il solo sfigato…”
Alt! Precipitosa conclusione. Oltre a far finta di studiare era impegnato in tante altre cose e ci teneva a farlo sapere. Non erano poi così tanto uguali. Gianandrea faceva finta e basta. Non risuonava eco di passioni nella sua cassa toracica.
- “…hai mille attività quindi? Non ti fermi un attimo come allora. Sempre impegnato a trovare un modo per occupare le giornate…”
Non si cambia mai!
- “…scusa, mi sono espresso male. Non dubito assolutamente che tu non creda in quello che fai. Non dare peso alle mie parole, sono dette così…per dar fiato alla bocca.”
Era morto. Anche lui. Nato e subito morto. Più breve di una farfalla, effimero più di una rosa. L’attenzione offerta a Domenico durò giusto il tempo di un caffè. Stava già scomparendo davanti ai suoi occhi. Non poteva avere nulla a che fare con uno del genere. Con l’uomo dai sani principi. Con il paladino dell’impegno sociale. Col William Wallace nostrano. Lo sapeva, non sbagliava mai nei giudizi. Gli era molto meno simpatico, adesso.
- “…entriamo?”
Si era offeso, lui. Era più sollevato, Giana. Meglio evitare inutili polemiche.
Si diressero verso l’ingresso. Era contento. Almeno tra la folla, la confusione e la musica non sarebbe stato necessario chiacchierare ancora. Come prevedibile, prima, dovette però assistere ad un altro rituale sociale. La cerimonia dei saluti: “ciao! Come stai? Ti trovo benissimo, ci vediamo dentro”. Stesse parole e stesso ordine per tutti. Con le donne in tono più mellifluo, con gli uomini accompagnato da un corollario di pacche sulle spalle. Ma si può?
L’insegna del locale era bella. Bradley hand il carattere, nero il colore, ferro battuto il materiale. Illuminata da una luce che non si riusciva a capire da dove provenisse. All’ingresso i buttafuori. Proporzioni: una gamba loro – tre delle sue. Professionalmente rozzi. Non fecero storie per farli entrare. Domenico gli si avvicinò bisbigliando qualcosa che Giana non afferrò. Li spinsero dentro guardandosi intorno come fossero della CIA o del KGB. Si sentiva una star protetto dalle sue guardie del corpo, si girò e seminò il sorriso sui volti di coloro che rimasero fuori.
Dentro l’inferno. Peggio che a mare, neppure Dante possedeva parole per descriverlo. Era pieno come un uovo. La poca aria stuprata da centinaia di bocche. Lo spazio calpestabile puntualmente calpestato. Accendersi una sigaretta impossibile. La diaspora con i suoi compagni inevitabile. Lo prese il panico. Non sapeva che fare, gli pareva la sua fine. Neanche la pistola sarebbe servita a niente, non avrebbe avuto modo di sollevarla. Fu allora che la sua mente geniale partorì una di quelle idee che lo ergevano al di sopra dell’uomo comune, che gli suggerivano una sua divina discendenza, che avrebbe voluto baciarsi, coccolarsi, amarsi.
Prese a starnutire. E varco fu, quasi che Mosè ispirasse i suoi gesti. La gente si allontanava disgustata e Giana intraprese il suo profetico cammino. Ma più avanzava e più le fila si facevano serrate. Ad ogni passo che compiva veniva sottratta una possibilità di movimento. Sino a quando fù costretto all’immobilità, alla totale accondiscendenza al dondolarsi della folla. Poco male, comprese ben presto come trarne vantaggio. Un splendido culetto, piccolo, tondo e nevrotico, dondolava proprio lì, sul suo gingillo. Come una gattina che fa le fusa. Wow! Una mano invisibile gli piegò le labbra in un sogghigno malizioso. Si lasciò andare anche lui. Cominciò a vibrare, a scuotersi, ad ondeggiare il bacino. Si eccitò. Chissà se riusciva a sentire dietro di sé quel suo rigido stato d’animo. Si! Si che lo sentiva, e le piaceva anche. Ci avrebbe messo la mano sul fuoco. Continuò. Due seni minacciosi lo puntarono alle spalle. Nonostante i vestiti poteva sentirne i capezzoli che lo trafiggevano all’altezza delle scapole. Era il paradiso. Sapeva che c’era. Doveva esserci. E lui l’avevo trovato, finalmente. In quel posto dove non era mai stato. In quel posto che aveva sempre criticato. In quel posto che aveva ostinatamente disprezzato. In quel posto dove non l’avrebbe mai cercato.
Angelo doveva saperlo. Anche lui aveva il diritto di godere di tutto quello. Cercò di voltarsi per cercarlo, non fù facile ma alla fine si divincolò. Si ritrovò faccia a faccia con la ragazza che gli premeva le mammelle sulla schiena e che adesso gli ferivano il petto. Dora Maar, ritratta dalle mani visionarie di Picasso lo guardava dritto negli occhi, stantuffava le palpebre e ciondolava la testa. Non riuscì a dissimulare la delusione sul volto che si contrasse in una smorfia. Forse non era proprio il paradiso, ma magari il purgatorio. Rovistò nel buio intermittente della sala e riconobbe il viso di Angelo contratto nella sua stessa identica maniera. Tirò un sospiro di sollievo ma si accorse che qualcosa non andava. Una spiacevole sensazione ansimava dietro di lui. Un brivido risalì lungo la spina dorsale sibilando ad ogni vertebra. Sgranò gli occhi e un’intuizione si schiantò sulla fronte come un treno in corsa. Qualcosa si era poggiato sul suo fondoschiena, come volesse origliare. Non poteva crederci. Ma quale paradiso, all’inferno era capitato. Voleva girarsi ma non ci riusciva. Era terrorizzato. Trattenne il fiato e si concentrò per ricevere maggiori indicazioni dal sedere. Come temeva, non si era sbagliato. Non era un mazzo di chiavi quello che sentiva.
La pistola! Perché nessuno gli dava quella fottutissima pistola!
La gattina, che poco prima faceva le fusa, in realtà era un gattino ben camuffato. Del tutto uguale ad una donna, se non per quel piccolo particolare. E che donna! La bocca, il seno, le mani, i fianchi, tutto al posto giusto. Tranne quello. Si sentì svenire. Voleva piangere. Stava per farlo quando una mano gli afferrò il trapezio facendolo sussultare. Ci mancava poco che il cuore gli schizzasse via come una saponetta.
- “Chi è? Ah! Ancelo sei tu, meno male!”
Gli chiese cosa aveva, sinceramente preoccupato. Ma a Giana non andava di dare spiegazioni. Era troppo scosso per allacciare le corde della sintassi. Solo parole slegate, poche come le stelle in una piovosa notte d’inverno in città: “andiamo”, “vomito”, “dio”, “dietro”, “pistola”, “andiamo”. Si fece largo a gomitate e conquistò uno spazio tutto suo vicino ai bagni. Il puzzo era insopportabile, qualcuno aveva sicuramente vomitato prima di raggiungere la tazza. Sollevò la testa per sincerarsi che “quello là” non lo avesse seguito. Nessuno. La gente continuava a divertirsi e a lui nessuno ci pensava. A chi poteva interessare quello che gli era successo? Ci erano abituati, loro. Ci andavano per questo, loro. “E cosa ci faccio io?” si chiese Gianandrea perplesso. La risposta era lì, davanti a lui, l’afferrò per il bavero e sputò la sua ira sulla sua stupida espressione.
- “Via! Voglio andare via Ancelo! Subito! Mi hai capito? Subito!”
No! Un “No” secco, preciso, lapidario, indemolibile, quasi bello. Pareva un trono. Questa fu la sua risposta. Lo gelò all’istante. Era impazzito. Doveva succedere prima o poi, Giana l’aveva sempre saputo del resto, era quello il motivo per cui l’aveva scelto.
- “Ma sei cretino? Non ho intenzione di rimanerci un minuto di più qui dentro. Andiamo via…con tutti i posti che ci sono, proprio in questo…?”
Era una bugia sfacciata, spudorata, vergognosa, da rosso Tiziano. Lo sapeva benissimo ma non voleva dargliela vinta.
- “Smettiamola di fare i pecoroni. Ma non ti avrò sopravvalutato? Mi hai deluso!”
Stava già cedendo. Il tono della voce ne era prova inconfutabile. La stessa di sua madre quando le chiedeva i soldi per uscire la sera. “Sanguisuga!”, “Io esisto solo in questi momenti…ma quando metterai la testa sulle spalle”, nel mentre un paio di cinquini erano già ben stesi sul tavolo della cucina.
- “Va bene! Come vuoi tu, continuiamo ad annusare le ascelle delle persone. Hai vinto. Bravo…clap - clap…ti faccio pure l’applauso.”
Ah! Che soddisfazione dire l’ultima parola. Mettere i punti e lasciare all’altro solo le virgole. Lo sfidò schiaffeggiandolo con un’occhiataccia e voltò i tacchi. Da lì al bagno erano pochi passi, li raccolse e vi entrò. Magari vomitava anche lui.
Era pulito, pulitissimo, pulitissimissimo! Neanche casa sua, a natale e con la madre prima dell’ernia. Lo stupore lo raggiunse in quell’angolo di mondo, tra un lavandino e un portasciugamani vuoto. Luccicava che era una meraviglia. Le mattonelle, verde mare, giocavano con la sua immagine facendola rimbalzare secondo precise angolazioni. Si divertì a seguirla per un po’ sino a quando non raggiunse lo specchio appeso sopra al rubinetto.
- “Ciao! Come stai?”
Era come incontrare un vecchio amico. Parlarsi gli sembrò naturale.
- “Ti trovo in forma. Mi fa piacere. Anche tu qui a concederti una pausa? Ti capisco, là fuori le donne sono assatanate, non ti mollano un attimo neanche se le maltratti.”
E com’era piacevole parlarsi.
- “Ti confesso un cosa; sono sempre stato un po’ geloso di te. Del tuo carisma, della tua personalità, del tuo ascendente sulle donne.”
Poteva essere sincero con lui. Niente segreti, niente peli sulla lingua.
- “Come fai? La bellezza non basta, lo so. Ma allora cos’hai più di me? Dimmelo!”
Rimase muto come uno scemo, a fissare il suo dito che lo minacciava. La tensione montava come lo zabaione, insopportabile. Non capiva quel che diceva, faceva lo gnorri. Stava per afferrarlo quando si accorse che qualcuno minacciava la sua privacy. La maniglia, della porta d’ingresso del bagno di quel locale nel quale non era mai entrato e nel quale non avrebbe mai più messo piede e se ce l’aveva messo quella volta era stato solo per accontentare quello stupido del suo amico la cui unica parola pronunciata quella sera era stata un “No”, si stava muovendo. Il panico lo trovò nello stesso posto dove lo aveva raggiunto lo stupore. Neanche si fossero consigliati. Non sapeva che fare. Chi era? Che voleva? E se lo avesse sentito? Ma no, la musica era troppo alta. Si, ma se fosse riuscito ugualmente a sentirlo? Che figura ci avrebbe fatto? Tirò la catena dello sciacquone, fece scorrere l’acqua del rubinetto e si aggrappò al lavandino. Lo scatto della serratura lo convinse che non c’era più niente da fare. Attese. Momenti interminabili si schierarono minacciosi davanti a lui. La porta si aprì come la lancetta dell’orologio; sempre in ritardo, sempre secondo. Centimetro dopo centimetro tendeva il suo arco. Da quella posizione la freccia lo avrebbe sicuramente centrato. Non c’era più niente da fare, da pensare, da escogitare. Il destino aveva deciso con che abito accoglierlo e adesso si aggiustava la cravatta. Era tutto stabilito, i fucili puntati e il grilletto sull’attenti. I rumori dell’esterno si erano già precipitati dentro in pompa magna, come la banda di paese prima dell’ingresso del sindaco. Il gran baccano lo precipitò in un bazar di confusione emotiva. Il cuore in gola tirava calci alle tonsille e urlava libertà. Tremava come una foglia d’autunno prima della picchiata. Ma doveva far qualcosa. Doveva! E allora decise di giocare d’anticipo, alla Blanc. “Che la forza sia con te” urlò dalle colline albeggianti della sua anima guerriera dove mille volte aveva combattuto e vinto sanguinose battaglie. Protese la mano in avanti, afferrò saldamente la maniglia e spalancò la porta d’ingresso del bagno di quel locale nel quale non era mai entrato e nel quale non avrebbe mai più messo piede e se ce l’aveva messo quella volta era stato solo per accontentare quello stupido del suo amico la cui unica parola pronunciata quella sera era stata un “No”. E “No” fu, di nuovo. Il suo questa volta. Strozzato, compresso, senza voce, prigioniero tra sterno e diaframma. Troppa forza nel suo braccio, troppo poca resistenza in quello dell’intruso. Lo scontro fù inevitabile. Il “gattino” gli stava sdraiato addosso come un tappeto. Più alto di lui di una testa e mezzo lo sovrastava riducendolo all’immobilità. Sentiva il peso del suo respiro affannato mentre la sua coscia, lunga, cercava riparo tra le sue, corte. Lo guardava teneramente e con dolcezza, mostrandogli lati del suo carattere che non conosceva. Lo amava, ma di un amore impossibile, come i due palazzi. Giana era dall’altra parte della strada e non aveva nessuna intenzione di attraversarla. Perché stava bene dov’era. Forse per abitudine o pigrizia. Non importava. Il suo domicilio era lì e gli inquilini simpatici. Chiamò a rapporto le sue energie e lo sollevò da sé il giusto per assestargli una ginocchiata sui cosiddetti. Questa volta fù lui a pronunciare il “No” che era rimasto nelle viscere di Gianandrea. Si chiuse su se stesso come un millepiedi. Lo vide contorcersi e dimenarsi sbavando dalla bocca. Gli aveva fatto male. Si avvicinò a lui preoccupato, ma quando pensò alle confidenze che si era preso col suo coso la rabbia poggiò la mano sulla sua spalla e lo fermò. Uscì dal bagno che si sentiva un’altra persona. La folla non gli faceva più paura, anzi, era come se lo acclamasse. Si scostava per farlo passare scortandolo con un coro di sussurri e sguardi d’intesa. Il “Picasso” dal seno generoso si fece avanti a mani congiunte e con occhi adoranti. La scostò con un gesto lento, elegante quasi ieratico. Non avrebbe condiviso quel momento con nessun altro al mondo, figuriamoci con lei. Per lui non esisteva. Ad ogni passo gustava una fetta di gloria, conquistava il suo posto in paradiso, si rivestiva della luce con la quale avrebbe illuminato il mondo. All’ingresso, una sagoma conosciuta lo osservava incuriosita. Era Angelo. Gli chiese un passaggio per il ritorno. Giana si rivolse a lui come un padre si rivolgerebbe ad un figlio; col volto sereno, disteso, ma l’espressione ferma, decisa.
Come lo schiudersi di una rosa al tiepido maggio, sbocciò così, naturalmente, il suo: “No”.
La pistola! Perché nessuno gli dava quella fottutissima pistola!
La gattina, che poco prima faceva le fusa, in realtà era un gattino ben camuffato. Del tutto uguale ad una donna, se non per quel piccolo particolare. E che donna! La bocca, il seno, le mani, i fianchi, tutto al posto giusto. Tranne quello. Si sentì svenire. Voleva piangere. Stava per farlo quando una mano gli afferrò il trapezio facendolo sussultare. Ci mancava poco che il cuore gli schizzasse via come una saponetta.
- “Chi è? Ah! Ancelo sei tu, meno male!”
Gli chiese cosa aveva, sinceramente preoccupato. Ma a Giana non andava di dare spiegazioni. Era troppo scosso per allacciare le corde della sintassi. Solo parole slegate, poche come le stelle in una piovosa notte d’inverno in città: “andiamo”, “vomito”, “dio”, “dietro”, “pistola”, “andiamo”. Si fece largo a gomitate e conquistò uno spazio tutto suo vicino ai bagni. Il puzzo era insopportabile, qualcuno aveva sicuramente vomitato prima di raggiungere la tazza. Sollevò la testa per sincerarsi che “quello là” non lo avesse seguito. Nessuno. La gente continuava a divertirsi e a lui nessuno ci pensava. A chi poteva interessare quello che gli era successo? Ci erano abituati, loro. Ci andavano per questo, loro. “E cosa ci faccio io?” si chiese Gianandrea perplesso. La risposta era lì, davanti a lui, l’afferrò per il bavero e sputò la sua ira sulla sua stupida espressione.
- “Via! Voglio andare via Ancelo! Subito! Mi hai capito? Subito!”
No! Un “No” secco, preciso, lapidario, indemolibile, quasi bello. Pareva un trono. Questa fu la sua risposta. Lo gelò all’istante. Era impazzito. Doveva succedere prima o poi, Giana l’aveva sempre saputo del resto, era quello il motivo per cui l’aveva scelto.
- “Ma sei cretino? Non ho intenzione di rimanerci un minuto di più qui dentro. Andiamo via…con tutti i posti che ci sono, proprio in questo…?”
Era una bugia sfacciata, spudorata, vergognosa, da rosso Tiziano. Lo sapeva benissimo ma non voleva dargliela vinta.
- “Smettiamola di fare i pecoroni. Ma non ti avrò sopravvalutato? Mi hai deluso!”
Stava già cedendo. Il tono della voce ne era prova inconfutabile. La stessa di sua madre quando le chiedeva i soldi per uscire la sera. “Sanguisuga!”, “Io esisto solo in questi momenti…ma quando metterai la testa sulle spalle”, nel mentre un paio di cinquini erano già ben stesi sul tavolo della cucina.
- “Va bene! Come vuoi tu, continuiamo ad annusare le ascelle delle persone. Hai vinto. Bravo…clap - clap…ti faccio pure l’applauso.”
Ah! Che soddisfazione dire l’ultima parola. Mettere i punti e lasciare all’altro solo le virgole. Lo sfidò schiaffeggiandolo con un’occhiataccia e voltò i tacchi. Da lì al bagno erano pochi passi, li raccolse e vi entrò. Magari vomitava anche lui.
Era pulito, pulitissimo, pulitissimissimo! Neanche casa sua, a natale e con la madre prima dell’ernia. Lo stupore lo raggiunse in quell’angolo di mondo, tra un lavandino e un portasciugamani vuoto. Luccicava che era una meraviglia. Le mattonelle, verde mare, giocavano con la sua immagine facendola rimbalzare secondo precise angolazioni. Si divertì a seguirla per un po’ sino a quando non raggiunse lo specchio appeso sopra al rubinetto.
- “Ciao! Come stai?”
Era come incontrare un vecchio amico. Parlarsi gli sembrò naturale.
- “Ti trovo in forma. Mi fa piacere. Anche tu qui a concederti una pausa? Ti capisco, là fuori le donne sono assatanate, non ti mollano un attimo neanche se le maltratti.”
E com’era piacevole parlarsi.
- “Ti confesso un cosa; sono sempre stato un po’ geloso di te. Del tuo carisma, della tua personalità, del tuo ascendente sulle donne.”
Poteva essere sincero con lui. Niente segreti, niente peli sulla lingua.
- “Come fai? La bellezza non basta, lo so. Ma allora cos’hai più di me? Dimmelo!”
Rimase muto come uno scemo, a fissare il suo dito che lo minacciava. La tensione montava come lo zabaione, insopportabile. Non capiva quel che diceva, faceva lo gnorri. Stava per afferrarlo quando si accorse che qualcuno minacciava la sua privacy. La maniglia, della porta d’ingresso del bagno di quel locale nel quale non era mai entrato e nel quale non avrebbe mai più messo piede e se ce l’aveva messo quella volta era stato solo per accontentare quello stupido del suo amico la cui unica parola pronunciata quella sera era stata un “No”, si stava muovendo. Il panico lo trovò nello stesso posto dove lo aveva raggiunto lo stupore. Neanche si fossero consigliati. Non sapeva che fare. Chi era? Che voleva? E se lo avesse sentito? Ma no, la musica era troppo alta. Si, ma se fosse riuscito ugualmente a sentirlo? Che figura ci avrebbe fatto? Tirò la catena dello sciacquone, fece scorrere l’acqua del rubinetto e si aggrappò al lavandino. Lo scatto della serratura lo convinse che non c’era più niente da fare. Attese. Momenti interminabili si schierarono minacciosi davanti a lui. La porta si aprì come la lancetta dell’orologio; sempre in ritardo, sempre secondo. Centimetro dopo centimetro tendeva il suo arco. Da quella posizione la freccia lo avrebbe sicuramente centrato. Non c’era più niente da fare, da pensare, da escogitare. Il destino aveva deciso con che abito accoglierlo e adesso si aggiustava la cravatta. Era tutto stabilito, i fucili puntati e il grilletto sull’attenti. I rumori dell’esterno si erano già precipitati dentro in pompa magna, come la banda di paese prima dell’ingresso del sindaco. Il gran baccano lo precipitò in un bazar di confusione emotiva. Il cuore in gola tirava calci alle tonsille e urlava libertà. Tremava come una foglia d’autunno prima della picchiata. Ma doveva far qualcosa. Doveva! E allora decise di giocare d’anticipo, alla Blanc. “Che la forza sia con te” urlò dalle colline albeggianti della sua anima guerriera dove mille volte aveva combattuto e vinto sanguinose battaglie. Protese la mano in avanti, afferrò saldamente la maniglia e spalancò la porta d’ingresso del bagno di quel locale nel quale non era mai entrato e nel quale non avrebbe mai più messo piede e se ce l’aveva messo quella volta era stato solo per accontentare quello stupido del suo amico la cui unica parola pronunciata quella sera era stata un “No”. E “No” fu, di nuovo. Il suo questa volta. Strozzato, compresso, senza voce, prigioniero tra sterno e diaframma. Troppa forza nel suo braccio, troppo poca resistenza in quello dell’intruso. Lo scontro fù inevitabile. Il “gattino” gli stava sdraiato addosso come un tappeto. Più alto di lui di una testa e mezzo lo sovrastava riducendolo all’immobilità. Sentiva il peso del suo respiro affannato mentre la sua coscia, lunga, cercava riparo tra le sue, corte. Lo guardava teneramente e con dolcezza, mostrandogli lati del suo carattere che non conosceva. Lo amava, ma di un amore impossibile, come i due palazzi. Giana era dall’altra parte della strada e non aveva nessuna intenzione di attraversarla. Perché stava bene dov’era. Forse per abitudine o pigrizia. Non importava. Il suo domicilio era lì e gli inquilini simpatici. Chiamò a rapporto le sue energie e lo sollevò da sé il giusto per assestargli una ginocchiata sui cosiddetti. Questa volta fù lui a pronunciare il “No” che era rimasto nelle viscere di Gianandrea. Si chiuse su se stesso come un millepiedi. Lo vide contorcersi e dimenarsi sbavando dalla bocca. Gli aveva fatto male. Si avvicinò a lui preoccupato, ma quando pensò alle confidenze che si era preso col suo coso la rabbia poggiò la mano sulla sua spalla e lo fermò. Uscì dal bagno che si sentiva un’altra persona. La folla non gli faceva più paura, anzi, era come se lo acclamasse. Si scostava per farlo passare scortandolo con un coro di sussurri e sguardi d’intesa. Il “Picasso” dal seno generoso si fece avanti a mani congiunte e con occhi adoranti. La scostò con un gesto lento, elegante quasi ieratico. Non avrebbe condiviso quel momento con nessun altro al mondo, figuriamoci con lei. Per lui non esisteva. Ad ogni passo gustava una fetta di gloria, conquistava il suo posto in paradiso, si rivestiva della luce con la quale avrebbe illuminato il mondo. All’ingresso, una sagoma conosciuta lo osservava incuriosita. Era Angelo. Gli chiese un passaggio per il ritorno. Giana si rivolse a lui come un padre si rivolgerebbe ad un figlio; col volto sereno, disteso, ma l’espressione ferma, decisa.
Come lo schiudersi di una rosa al tiepido maggio, sbocciò così, naturalmente, il suo: “No”.
